di GEPPO CIATTI
La giornata del 9 marzo 2026, decimo giorno della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele, si è chiusa con un nuovo ciclo di bombardamenti, attacchi missilistici e sviluppi politici che confermano come il conflitto si stia progressivamente trasformando in una crisi regionale e globale.
Sul piano militare, nelle ultime 24 ore l’aviazione statunitense e israeliana ha continuato a colpire numerosi obiettivi militari e infrastrutturali in Iran, tra cui basi dei Pasdaran e centri operativi delle forze missilistiche. Secondo fonti israeliane, dall’inizio della guerra sarebbero stati uccisi oltre 1.900 militari e comandanti iraniani, mentre altre migliaia di persone risultano ferite.
L’Iran ha risposto con nuove ondate di missili e droni contro Israele e contro basi occidentali nella regione, inclusi obiettivi nei Paesi del Golfo. Alcuni missili sono stati intercettati dalle difese NATO (ora deciderà di intervenire?) sopra la Turchia, mentre frammenti sono caduti nella provincia di Gaziantep senza provocare vittime.
Parallelamente il conflitto continua ad allargarsi. In Libano gli scontri tra Israele e Hezbollah hanno provocato nuovi bombardamenti e vittime civili, mentre nel Golfo Persico si registrano attacchi contro infrastrutture energetiche e porti. In Bahrain, ad esempio, un drone iraniano ha causato decine di feriti e danni a impianti industriali.
Un altro fronte sempre più importante è quello economico ed energetico. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, resta fortemente destabilizzato, con il traffico marittimo ridotto e il prezzo del petrolio salito oltre i 100 dollari al barile. Il G7 ha discusso l’ipotesi di liberare parte delle riserve strategiche per contenere l’impatto sui mercati energetici.
Accanto alla guerra convenzionale continua anche una cyber-guerra su larga scala, con operazioni digitali e attacchi informatici che hanno colpito reti di comunicazione, sistemi di comando e infrastrutture tecnologiche.
Sul piano politico la giornata è stata segnata da una telefonata tra Donald Trump e Vladimir Putin, definita “costruttiva”, nella quale si è discusso della possibilità di una soluzione diplomatica al conflitto e della stabilizzazione dei mercati energetici. Trump ha comunque ribadito che gli Stati Uniti continueranno le operazioni finché il nemico non sarà “completamente sconfitto”, sostenendo che l’80% delle infrastrutture missilistiche iraniane sarebbe già stato distrutto.
Intanto l’Iran ha rafforzato il proprio fronte politico interno dopo la nomina di Mojtaba Khamenei (che Trump ha considerato non gradito agli Usa) a nuova Guida Suprema, mentre grandi manifestazioni di sostegno si sono svolte a Teheran.
La guerra ha ormai effetti anche sul piano umanitario: centinaia di migliaia di persone sono sfollate in Libano e cresce il numero delle vittime civili.
Cosa stanno facendo i curdi?
Ad ora, non esiste conferma di un ingresso delle milizie curde in Iran. Ci sono preparativi, contatti con gli USA e movimenti al confine. I bombardamenti occidentali nelle regioni curde potrebbero aprire la strada a un eventuale fronte terrestre, ma finora la guerra resta soprattutto aerea e missilistica.
L’apertura di un fronte curdo interno in Iran potrebbe cambiare profondamente l’equilibrio della guerra per diversi motivi strategici, geografici e politici. Non si tratterebbe semplicemente di una nuova area di combattimento, ma di una crisi interna per la Repubblica islamica. Le montagne favoriscono la guerriglia, rendendo molto complicato per un esercito regolare eliminare gruppi ribelli radicati sul territorio.
Per Washington e Tel Aviv l’apertura di un fronte curdo avrebbe un grande vantaggio:
costringere l’Iran a combattere su più livelli contemporaneamente — guerra esterna, difesa interna e controllo delle minoranze. Di certo, la Turchia non vedrebbe di buon occhio una situazione coi curdi protagonisti.
L’opinione di Carlos Ruckauf
Tra le voci che commentano il conflitto figura anche l’ex vicepresidente argentino Carlos Ruckauf, che ha osservato come la guerra rischi di trasformarsi in un conflitto di lunga durata se non si troverà rapidamente un canale diplomatico. Secondo Ruckauf, l’errore più grande sarebbe pensare che una campagna militare possa risolvere rapidamente una crisi geopolitica così complessa: “Le guerre in Medio Oriente – ha affermato – iniziano sempre con l’idea di essere brevi e finiscono per ridisegnare gli equilibri del mondo”.
Alla chiusura della giornata del 9 marzo il conflitto appare dunque lontano dalla conclusione. Le operazioni militari proseguono su più fronti, i mercati globali restano sotto pressione e la comunità internazionale teme che i prossimi giorni possano segnare un ulteriore allargamento della guerra.

