di GEPPO CIATTI
Qual è oggi la vera linea politica degli Stati Uniti? Il dibattito “Qual è la nuova politica USA?”, che prende le mosse dal recente intervento di Donald Trump al World Economic Forum di Davos, del 21 gennaio scorso, offre una chiave di lettura netta: non siamo di fronte a un semplice cambio di stile presidenziale, ma a una trasformazione strutturale dell’ordine occidentale. A discuterne sono Marco Bassani e Andrea Venanzoni, che collocano il trumpismo dentro una crisi più ampia del globalismo politico e giuridico.
Secondo Marco Bassani, l’errore più diffuso nel commentare Trump è fermarsi alla sua personalità:
«Tutti sono ossessionati dalla personalità di Trump senza capire che le grandi personalità sono sempre il prodotto di un momento storico».
Quel momento storico, spiega, coincide con la fine dell’illusione secondo cui un’élite transnazionale, non eletta e autoreferenziale, potesse governare il mondo attraverso organismi sovranazionali. Davos diventa il simbolo di questa stagione al tramonto:
«Un luogo dove le classi dirigenti europee continuano a parlarsi addosso mentre le nazioni affrontano crisi economiche, culturali e geopolitiche reali».
Il confronto con l’Europa è centrale. Bassani sottolinea la distanza tra la forza politica americana e la fragilità delle leadership europee:
«Macron ha un consenso interno bassissimo e si propone come antagonista di Trump, che invece gode del più alto “approval rate” dopo il primo anno di presidenza nella storia dei sondaggi».
In questa lettura, figure come Ursula von der Leyen rappresentano un’élite “non responsabile di fronte ai cittadini”, incapace di trasformare il consenso in decisione politica.
Un nodo decisivo del dibattito riguarda la distinzione tra globalizzazione economica e globalismo giuridico. Bassani è esplicito:
«La globalizzazione economica ha tolto dall’indigenza assoluta circa due miliardi di persone negli ultimi trent’anni. Il globalismo giuridico, invece, è il sogno infranto delle élite europee».
Trump, in questa prospettiva, non combatte il mercato globale, ma smantella l’idea che la politica possa essere sostituita da norme, trattati e burocrazie sovranazionali.
Andrea Venanzoni rafforza questa tesi spostando l’attenzione sull’innovazione tecnologica e sulla competizione globale:
«Innovazione e globalizzazione sono fatti. Le norme non creano i fatti, al massimo cercano di regolarli».
Il problema europeo, prosegue, è credere di poter competere con la regolazione anziché con l’innovazione:
«L’innovazione può essere contrastata solo da un’altra innovazione, non dalle norme».
I dati citati nel dibattito sono impietosi: oltre 400 delle prime 500 imprese tecnologiche mondiali sono americane. Da qui la critica all’idea di un “terzo polo” europeo:
«Pensare che l’Europa possa costruire un terzo polo tra Stati Uniti e Cina è una follia assoluta».
Il confronto si estende poi al piano geopolitico. Le mosse americane in Groenlandia, Venezuela e Medio Oriente vengono interpretate come parte di una dottrina di sicurezza nazionale rinnovata, non come improvvisazioni. Venanzoni sottolinea come in Sud e Centro America si intreccino narcotraffico, terrorismo e penetrazione strategica di potenze rivali:
«I cartelli del narcotraffico non sono più mafia: utilizzano tattiche terroristiche, abbattono elicotteri con missili, controllano territori». E aggiunge: «Il narcoterrorismo e le economie ombra sono diventate minacce esistenziali per la sicurezza nazionale».
Sul multilateralismo, il giudizio è netto. Bassani ricorda che l’ONU ha perso credibilità molto prima di Trump:
«Se ci scandalizziamo per certi regimi, non dimentichiamoci che il Comitato ONU sui Diritti Umani è stato presieduto dall’Iran».
La messa in discussione dell’ordine multilaterale viene quindi letta come una conseguenza, non come una causa, della sua crisi. La conclusione del dibattito è chiara: il mondo non sta diventando multipolare, ma resta profondamente unipolare, con gli Stati Uniti come perno centrale.
«Il mondo non è multipolare: è ancora unipolare», afferma Bassani.
L’Europa, secondo entrambi gli analisti, deve scegliere se riconoscere questa realtà e ridefinire i propri interessi o continuare a rifugiarsi in illusioni ideologiche e posture morali. La “nuova politica USA” non è un capriccio personale di Trump, ma il ritorno della politica come definizione di interessi concreti, dopo decenni di retorica globalista.

