LEGHISMO: L’ULTIMO RIFUGIO DEI CENTRALISTI

di LEONARDO FACCO

A chi come il sottoscritto fa parte della categoria degli apoti (quelli che non se le bevono tutte), non risulta difficile comprendere che vent’anni di Lega Nord sono serviti essenzialmente a poche cose:

1- A stabilizzare e rinforzare l’unità d’Italia;

2- A immettere nel circuito parlamentare, e politico in generale, una sequela di minus habens con fazzolettino verde (il Trota è il meno peggio) al cui confronto Scilipoti appare un genio da  Nobel;

3- A moltiplicare il numero di parassiti (leggasi clientele) che vivono coi soldi dei contribuenti;

4- A distruggere, culturalmente parlando, ogni sana idea indipendentista e genuinamente liberale.

Da autore del libro “Umberto Magno”, la vera storia politica del cialtrone di Cassano Magnago, potrei “ri-citare” una sfilza di fatti e documenti che lo confermano. Preferisco, invece, riprendere le parole del moderato Sergio Romano riportate oggi nel suo editoriale sul Corriere della Sera.

Scrive l’ex ambasciatore (negli Anni Novanta intervistatissmo dal quotidiano “la Padania”): “Se l’Italia fosse seriamente federalista, la Lega dovrebbe essere in prima fila tra coloro che chiedono la eliminazione delle Province. Ma il partito di Bossi, per conservare la sua base elettorale e continuare a sventolare la bandiera della Padania, ha bisogno, paradossalmente, dell’ente meno federale dello Stato italiano”. L’abolizione di questi enti era prevista nel programma del 1991 del Carroccio, ma è passata in cavalleria.

Non a caso, la mangiatoia Italia, territorio di pascolo della peggio casta padana, non deve cambiare assetto istituzionale dato che “è ormai da molto tempo che gli organi di governo locale sono diventati al tempo stesso sportelli di spesa e agenzie di collocamento”. E’, infatti, sterminato l’elenco dei leghisti con le mani in pasta, al punto tale da essere protagonisti di scandali parentali dal Piemonte al veneto. In un Italia centralista e romano-centrica, così come la vuole il “Carroccione” para-statale leghista, “gli organici e gli immobili costruiti per ospitarli hanno soltanto un rapporto remoto con le funzioni e le esigenze dell’ente. Servono a organizzare eventi spesso inutili (a ogni città il suo festival), a stipendiare consulenti, ad assumere nuovi funzionari e impiegati, a presidiare aziende di pubblica utilità. Servono, in ultima analisi, a conquistare voti nelle prossime elezioni”.

Il commentatore del quotidiano di via Solferino, inoltre, coglie un altro aspetto importante: “La crisi ha avuto un grande merito. Ha scoperchiato la pentola del cattivo federalismo e ha reso ancora più evidenti gli sprechi di cui è responsabile. Ha dimostrato che il sistema ha creato un nuovo feudalesimo e ha reso l’Italia più disunita di quanto fosse all’epoca dei festeggiamenti per il suo primo centenario. Il governo Monti non può perdere tempo prezioso per scrivere una nuova versione del Titolo V della Costituzione e non ha interesse a distrarsi dai suoi compiti principali per scendere in guerra contro tutti i baroni di questo federalismo clientelare. Ma la classe politica dovrà ricordare che l’Italia ha qualche possibilità di essere federale soltanto se il sistema verrà radicalmente pulito e rinnovato. Anche un buon federalista dovrebbe ammettere che il Paese, in questo momento, ha soprattutto bisogno di buoni prefetti”.

Già, i prefetti, quelli che la “Leganodde” ha sempre sostenuto di voler abolire – financo citando le parole del grande Luigi Einaudi -, ma che in realtà ha sempre coccolato. Maroni, il “berbero sognante” (avete letto bene, berbero non barbaro) li ha applauditi a più riprese, giungendo persino a dire che in certi casi (in certe province) andrebbero raddoppiati. Non serve una memoria da elefante per ricordare cosa disse l’ex ministro dell’Interno ai suoi sottoposti in occasione delle manifestazioni in Valsusa, basta rileggersi i giornali dell’ottobre 2011.

Concludo. Samuel Johnson diceva che “il patriottismo è l’ultimo rifugio dei mascalzoni”. Volendolo parafrasare, oggi – senza timor di smentita – possiamo affermare che il leghismo è l’ultimo rifugio dei centralisti, per non dire di peggio.

 

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