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Storia della diga di molare e dei suoi 111 morti: il vajont dimenticato

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di PAOLO L. BERNARDINI Selvosa valle d’Orba, cantata dal Manzoni. Dodici anni dopo la tragedia di Gleno, si consuma, il 13 agosto 1935, la seconda prova generale del Vajont. Una tragedia dimenticata – ma non lo sono in fondo tutte? – che mostra come sotto ogni regime, compreso quello fascista, avidità, grettezza, ignoranza, abbiano fatto strame non solo di bei paesaggi italici, ma di vite umane. Di armenti e di case e di ponti, di alberi e vallate, e anche dell’umana dignità. Anche il crollo di una delle due dighe – per fortuna la secondaria, detta del Bric Zerbino – del bacino artificiale di Molare, antico progetto dell’Italia “liberale” rallentato dalla guerra e completato sono in epoca fascista, non è solo frutto dei quaranta centimetri di bomba d’acqua che si sono riversati sull’Ovadese quella tragica mattina del 13 agosto 1935. Si tratta di un bel parto italico tipicissimo: volontà di risparmiare, di massimizzare i profitti, di ridurre le spese, uti
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