di ALINA BENASSI MESTRINER
I primi si avventano ingordi mangiando alla rinfusa, gli altri lo fanno dopo, previo un non breve calcolo, roteando sopra.
A un mese dal terremoto in Padania, che, dopo almeno sei forti scosse e infinite repliche di minore entità, ha cambiato, in modo sconcertante, il paesaggio, causando crepacci profondi nel terreno, crolli di case, chiese, campanili, castelli e capannoni industriali, in un’area, che interessa ben cinque province e tre regioni, la gente sopravvive in tende anguste, sotto un sole africano.
C’era voluta una settimana, a Roma, per mettere insieme una unità di crisi, mentre la gente della bassa modenese, senza casa, senza lavoro, doveva badare a se stessa, seppellire i morti, con i cimiteri crollati, senza una chiesa agibile per i funerali, difendere le proprie cose da sciacalli, persino travestiti da volontari della Protezione Civile: i tendoni occupati, subito, da clandestini affamati, ma soprattutto assetati di bibite non gradite
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