di STEFANO MAGNI
Un generale, Taur Matan Ruak, ex comandante in capo delle forze armate di Timor Est, è stato eletto presidente del Paese, con il 61,2% dei voti, sconfiggendo al ballottaggio il suo rivale Francisco Guterres. Promette di risolvere il problema della disoccupazione introducendo la leva obbligatoria: almeno i giovani, indossando una divisa, avranno qualcosa da fare. Vista così, la notizia che riguarda uno dei Paesi più poveri del Sud-Est asiatico, non sembra rappresentare nulla di esaltante, né di interessante. Se non che stiamo parlando di Timor Est. Una nazione che è sopravvissuta a stento a un genocidio e che è riuscita a dichiarare la sua indipendenza solo dieci anni fa, dopo un trentennio di lotta armata. Tutte le instabilità, le incertezze, la violenza e la miseria degli ultimi anni, vanno lette conoscendo questo passato terribile. E l’elezione di Ruak, avvenuta senza incidenti e (a quanto risulta finora) senza brogli, è un primo episodio di vera quiete
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