di MATTEO CORSINI
Il caso della maxi multa da 13 miliardi che la Commissione europea ha affibbiato ad Apple, peraltro con la contrarietà del governo irlandese, continua a essere argomento dibattuto sui mezzi di informazione. Non credo debba stupire che in Italia prevalga l’orientamento di chi vorrebbe maggiore armonizzazione fiscale.
Per esempio, Massimo Riva su Repubblica porta avanti la tesi (non originale) che se si ha una moneta unica serve avere anche una tassazione unica sulle imprese. Sostiene Riva: “Si guardi ai nomi dei Paesi maggiormente coinvolti nelle intese di tax ruling. Si tratta sempre degli stessi Stati che, alcuni anni fa, hanno deciso di rinunciare alla propria sovranità monetaria in favore di una banconota comune. E lo hanno fatto non soltanto per ragioni ideali ma perché sospinti dalla necessità di porre fine al dumping valutario ovvero a quella pratica ricorrente delle svalutazioni competitive che rischiava di minare dalle fondamenta lo stesso merca
Negli Usa esistono tasse federali e poi tasse statali e locali.
Ci sono stati in cui il trattamento fiscale è molto più favorevole per aziende e privati.
Il che giustifica una migrazione fiscale interfederale.
Mi pare che in unione europea si voglia fare i fenomeni, tentando di uniformare la fiscalità ovunque, senza differenza tra stati, e comunque con pesi crescenti.
La patente dei cretini.
Le aziende non devono rispondere agli elettori, ma ai soci.
Quindi devono risparmiare per creare ricchezza, e di conseguenza risparmiano anche sugli oneri fiscali.
Le aziende sceglieranno sempre di porre le loro radici dove il trattamento fiscale sarà più leggero.
E se ne fotteranno delle risoluzioni della Ue, delle sentenze della corte europea, e degli inviti di tutte le altre entità burocratiche amministrative.
Oggi sono in Irlanda.
Domani , altrove.
Premesso che ho considerato sempre l’Unione Europea un aborto di Stato, una scimmiottatura degli Stati Uniti e che la Padania starebbe meglio al di fuori, come la Svizzera, che dentro, come attualmente.
Uno dei limiti che ho sempre trovato è la mancata armonizzazione fiscale. Mi spiego: nelle altre federazioni di Stati, le imposte sono le stesse, così le basi imponibili, i singoli Stati possono avere aliquote diverse sulle imposte sui redditi. L’assurdità di avere, per esempio, l’Iva al 22% in Italia, al 19,6% in Francia, al 19% in Germania non si è mai vista, tanto meno la normativa che porta alle dichiarazioni in dogana, per cui se vendi ad un privato usi l’aliquota nazionale, se vendi ad una impresa la medesima dovrà applicare l’Iva del suo paese, per non parlare della differenze di basi imponibili per la quale quello che è deducibile in Francia, in Italia non lo è pur avendo teoricamente aliquote simili ma con aggravio di pressione fiscale “celata” in Italia. L’armonizzazione avrebbe dovuto alla scomparsa di mostruosità come Irap, Studi di settore usati per fare cassa, balzelli locali su balzelli.
Come dice l’autore dell’articolo l’armonizzazione in Europa porterebbe solo all’aumento delle aliquote per cui i paesi virtuosi con un sano bilancio statale dovrebbero in ogni caso imporre tasse gravose ai suoi cittadini per adeguarsi alle necessità di tassazione dei paesi peggiori (vd. Italia) con gli inevitabili dazi doganali perché non vi sarebbero danni concorrenziali. Vedo che purtroppo la tendenza è che invece che abbassare le tasse e gestire bene il pubblico si fa guerra agli Stati con aliquote basse definendoli paradisi fiscali, ostacolandoli, sanzionandoli.