di GEPPO CIATTI
La guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele è entrata nelle ultime ore in una fase ancora più tesa, con bombardamenti incrociati e minacce di una nuova offensiva su larga scala. Nelle ultime 24 ore l’aviazione israeliana e quella statunitense hanno colpito numerosi obiettivi militari e infrastrutturali in Iran, in particolare nei pressi di Teheran, mentre raid paralleli hanno interessato anche il Libano, dove le forze israeliane stanno combattendo contro Hezbollah lungo il confine settentrionale.
La risposta iraniana non si è fatta attendere. Teheran ha lanciato droni e missili contro basi americane nella regione del Golfo e contro obiettivi israeliani, mentre milizie alleate hanno intensificato le operazioni in Iraq e nel Libano meridionale. Negli ultimi giorni attacchi con droni hanno preso di mira anche installazioni statunitensi in Kuwait e nel Kurdistan iracheno.
Sul piano strategico, il conflitto continua ad allargarsi. Hezbollah ha rivendicato nuovi attacchi contro posizioni israeliane nel nord del Paese, mentre diversi governi occidentali stanno evacuando personale diplomatico dall’Iran e da altri Stati della regione. Intanto il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, uno dei principali corridoi energetici mondiali, è fortemente ridotto a causa delle minacce iraniane e dei rischi militari per le petroliere.
Il dato politico più rilevante della giornata riguarda però le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, che ha annunciato che nelle prossime ore potrebbe essere lanciato un nuovo attacco “molto duro” contro il regime iraniano, affermando che alcune aree finora non colpite sono “sotto seria considerazione” come nuovi obiettivi militari.
Trump ha inoltre ribadito la richiesta di “resa incondizionata” dell’Iran, sostenendo che il regime di Teheran sarebbe ormai militarmente indebolito. Tuttavia diversi rapporti dell’intelligence statunitense ritengono improbabile che la campagna militare possa portare rapidamente al crollo del sistema politico iraniano, che dispone di strutture di successione e di apparati militari ancora solidi.
Dopo circa una settimana di guerra, l’Iran ha subito un significativo indebolimento militare, ma non una distruzione completa delle proprie capacità belliche. Le forze statunitensi e israeliane hanno condotto migliaia di attacchi aerei e missilistici, colpendo centri di comando dei Pasdaran, basi navali, sistemi radar, infrastrutture missilistiche e difese antiaeree. Secondo fonti militari americane sono stati distrutti oltre 40 mezzi navali iraniani e numerosi siti militari strategici, oltre a migliaia di altri obiettivi tattici.
Quanto si sono ridotte le capacità militari iraniane?
Gli analisti stimano che il colpo più duro sia stato inflitto al sistema missilistico e alla rete di lancio. I bombardamenti hanno preso di mira depositi, rampe e fabbriche di missili; per questo motivo il ritmo dei lanci iraniani è crollato. Secondo alcune analisi il numero di missili balistici lanciati è diminuito fino al 90% rispetto ai primi giorni di guerra, segno di una forte riduzione delle scorte operative o della capacità di impiego.
Dall’inizio del conflitto l’Iran ha comunque lanciato oltre 500 missili e circa 2.000 droni, segno che mantiene ancora una capacità offensiva significativa, anche se inferiore rispetto a quella iniziale.
Anche la difesa aerea iraniana è stata gravemente colpita. Attacchi precedenti avevano già distrutto gran parte dei sistemi radar e delle batterie avanzate, consentendo a Israele e agli Stati Uniti di ottenere quasi totale superiorità aerea sopra Teheran e gran parte del Paese.
Nonostante questo, molti analisti sottolineano che il regime iraniano conserva strutture militari ridondanti, milizie regionali e capacità missilistiche disperse, che gli permettono di continuare la guerra per settimane o mesi.
Quali armi gli Stati Uniti non hanno ancora usato?
Finora Washington ha impiegato soprattutto attacchi aerei convenzionali, missili da crociera, droni e forze navali, evitando però diverse opzioni molto più distruttive. Tra le principali capacità non ancora utilizzate figurano:
1. Bombe bunker-buster più potenti
La bomba GBU-57 (Massive Ordnance Penetrator), progettata per distruggere strutture nucleari sotterranee profonde come Fordow, è considerata l’arma chiave che potrebbe essere usata solo se Washington decidesse di eliminare definitivamente i siti nucleari iraniani.
2. Armi nucleari tattiche
Gli Stati Uniti dispongono di testate nucleari a bassa potenza, ma non vi è alcuna indicazione che un loro impiego sia preso in considerazione: sarebbe un salto strategico enorme con conseguenze globali.
3. Invasione terrestre su larga scala
Finora non sono state impiegate divisioni di terra. Un’invasione dell’Iran richiederebbe centinaia di migliaia di soldati e comporterebbe rischi enormi.
4. Cyber-attacchi massicci e guerra elettronica totale
Gli USA possiedono capacità avanzate per paralizzare infrastrutture energetiche, militari e finanziarie iraniane. Alcune operazioni sono probabilmente già in corso, ma non su scala massima.
In sintesi
Dopo una settimana di guerra l’Iran ha perso una parte significativa delle proprie capacità operative — soprattutto difese aeree, flotte navali e una quota rilevante dell’arsenale missilistico — ma resta in grado di combattere. Allo stesso tempo gli Stati Uniti non hanno ancora impiegato le opzioni militari più estreme, lasciando spazio a una possibile escalation se il conflitto dovesse intensificarsi nei prossimi giorni.
Ma, al contempo, c’è da chiedersi: quali armi iraniane non sono ancora state utilizzate e potrebbero cambiare l’equilibrio della guerra?
Dopo la prima settimana di guerra, l’Iran ha già utilizzato una parte significativa del proprio arsenale — soprattutto missili balistici a medio raggio, droni kamikaze e razzi forniti alle milizie alleate — ma diversi sistemi d’arma importanti non sono ancora stati impiegati (o lo sono stati solo in modo limitato). Alcuni di questi potrebbero effettivamente cambiare l’equilibrio del conflitto.
1. Missili balistici a lunghissimo raggio
L’Iran possiede vettori come Khorramshahr-4, Sejjil e Emad, con gittate fino a circa 2.000 km o più e carichi esplosivi molto pesanti. Finora Teheran ha usato soprattutto missili più numerosi ma meno strategici. Un uso massiccio di questi sistemi potrebbe colpire basi americane nel Golfo, Israele o infrastrutture energetiche regionali con effetti più devastanti.
2. Missili ipersonici Fattah
Nel 2023 l’Iran ha presentato il missile Fattah, definito ipersonico (velocità superiore a Mach 5). Se fosse realmente operativo, sarebbe molto più difficile da intercettare dai sistemi antimissile come Iron Dome, Arrow o Patriot. Un suo utilizzo dimostrato cambierebbe l’equilibrio tecnologico del conflitto.
3. Mine navali e blocco totale dello Stretto di Hormuz
L’arma più temuta non è necessariamente missilistica ma navale. L’Iran possiede migliaia di mine marine e numerosi missili antinave. Un minamento massiccio dello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa il 20% del petrolio mondiale, potrebbe provocare uno shock energetico globale e coinvolgere direttamente molte potenze internazionali.
4. Sciami di droni avanzati
Teheran dispone di una vasta gamma di droni come Shahed-136, Mohajer-6 e Arash-2. Finora gli attacchi sono stati relativamente limitati. Un impiego coordinato in sciami di centinaia o migliaia di droni potrebbe saturare le difese aeree israeliane o americane.
5. Armi delle milizie regionali
Una delle vere “armi strategiche” iraniane è la rete di milizie alleate:
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Hezbollah in Libano (con oltre 100.000 razzi stimati)
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milizie sciite in Iraq e Siria
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Houthi nello Yemen con missili antinave
Se tutte queste forze entrassero pienamente nel conflitto, Israele e gli Stati Uniti dovrebbero combattere su più fronti contemporaneamente.
6. Cyber-guerra su larga scala
L’Iran possiede unità di cyber-warfare capaci di colpire infrastrutture energetiche, finanziarie e logistiche. Un attacco coordinato contro reti occidentali o israeliane potrebbe avere effetti economici significativi.
Possibili scenari
Se l’offensiva annunciata da Washington dovesse concretizzarsi nelle prossime ore, il conflitto potrebbe entrare in una fase decisiva, con bombardamenti più massicci contro infrastrutture strategiche iraniane. Tuttavia resta elevato anche il rischio opposto: una risposta iraniana più ampia che coinvolga direttamente altri Paesi del Golfo, Hezbollah in Libano e le milizie sciite in Iraq.
Per ora, mentre il Medio Oriente resta in stato di massima allerta e la guerra entra nella sua seconda settimana, nessuno degli attori principali sembra disposto a fermarsi. Gli analisti temono quindi che le prossime 48 ore possano rappresentare uno dei momenti più pericolosi dell’intero conflitto.

