di MATTEO CORSINI
Da libertario, sono sempre stato dell’idea che ognuno dovrebbe essere libero di disporre di ciò che è legittimamente di sua proprietà come ritiene opportuno, nel rispetto del diritto di proprietà altrui. Sono quindi sempre stato contrario alle forme più o meno pesanti di paternalismo, come quello che riguarda i vincoli alla riscossione del montante in un’unica soluzione relativamente ai fondi pensione.
Diversamente la pensa Eugenio Ruggiero, che in un articolo sul Sole 24 Ore critica i provvedimenti contenuti nella legge di Bilancio 2026 che introducono alcune opzioni per ottenere il capitale al posto della rendita vitalizia.
Dopo aver delineato le principali tappe della legislazione in materia di fondi di previdenza complementare degli ultimi tre decenni, Ruggiero sottolinea che l’ultima legge di Bilancio “
smonta l’elemento cardine, e cioè la rendita vitalizia, che è lo strumento previdenziale per eccellenza in quanto accompagna e sostiene il pensionato per il resto della sua vita, non potendo egli più beneficiare della remunerazione dell’attività lavorativa. La legge di Bilancio riduce la consistenza della prestazione di previdenza complementare da erogare necessariamente in rendita (diminuendola dal 50% al 40% di quanto accumulato) e, soprattutto, consente ai fondi pensione di erogare prestazioni pensionistiche non solo come rendita vitalizia, bensì anche nelle nuove forme delle rendite a durata definita, le prestazioni mediante prelievi e le prestazioni mediante erogazione frazionata (con durata anche solo di cinque anni). Ciò che accomuna queste nuove forme di prestazioni è che la loro erogazione non è allineata alla durata della vita del pensionato, con la conseguenza che la prestazione possa esaurirsi allorché il pensionato è ancora in vita, con ciò venendo meno la funzione previdenziale dello strumento. Si tratta, in buona sostanza, non già di
rendite, bensì di prestazioni in capitale erogate in via rateizzata. È un mutamento di impostazione di cui già v’erano indizi: si pensi alla possibilità di richiedere, senza dare alcuna giustificazione, un’anticipazione fino al 30% di quanto accumulato, là dove le altre ipotesi di anticipazione, che pur diminuiscono il montante poi destinato a diventare pensione, sono tutte legate a circostanze che hanno connotazione previdenziale (spese sanitarie o acquisto o ristrutturazione della casa di abitazione); si pensi ancora alla cosiddetta Rita, che consente l’erogazione frazionata del capitale maturato in non più di cinque anni prima del pensionamento di vecchiaia. Si favorisce così il recupero più veloce del capitale accumulato, plausibilmente intendendo rafforzare l’appetibilità della previdenza complementare; tuttavia, se l’effetto è quello di snaturarne la portata, c’è davvero da chiedersi se sia ancora previdenza“.
La logica sottostante le critiche di Ruggiero pare essere sempre la stessa: le persone sono incapaci di identificare ciò che è bene per loro, quindi non devono essere lasciate libere di scegliere, ma devono essere posti loro dei vincoli, per il loro stesso bene.
Al contrario, io credo che le persone debbano essere correttamente informate sulle probabili conseguenze di determinate scelte, ma debbano anche essere libere di decidere. Ovviamente assumendo la responsabilità piena delle proprie decisioni. Questo significa essere adulti e, almeno in parte, liberi.