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Liberalismo e culture politiche: incompatibilità, compatibilità e affinità

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di MICHELE GELARDI

Per rispondere alla domanda di fondo della nostra tavola rotonda, ovvero quali “Prospettive politiche per il liberalismo”, dobbiamo partire da un’ovvietà: non c’è uno schieramento politico che recepisca in toto le istanze dei liberali italiani. Da qui la necessità di verificare con quali culture politiche sussistano relazioni di incompatibilità, di compatibilità; di affinità.

PRIMA PARTE – INCOMPATIBILITA’

1) Partiamo dall’incompatibilità culturale.

Ritengo che il liberalismo sia incompatibile col socialismo-collettivismo. Il primo suppone un ordine spontaneo, basato sulla libera dinamica dei rapporti sociali ed economici; il secondo un ordine costruito, basato sulla pianificazione centralistica dell’autorità politica. Per essere più precisi: la cultura liberale postula la concreta possibilità, inverata nella storia, non quella meramente teorica, che gli uomini instaurino rapporti di pacifica convivenza senza alcun intervento autoritativo; la cultura politica social-collettivista postula il necessario intervento autoritativo, senza il quale le relazioni umane si caratterizzano per la conflittualità, latente o esplosiva. Ebbene: mentre il postulato liberale è scientificamente fondato, il postulato socialista si rivela erroneo, non solo per l’evidenza delle vicende storiche, ma per l’inconsistenza della base concettuale.

  • A – L’idea dell’ordine spontaneo non è solo l’atto di fede del credente, che ravvisa nel Dio creatore l’artefice di un ordine naturale, nel quale gli uomini sono chiamati a convivere pacificamente in obbedienza a un imperativo morale che non proviene da un’autorità politica; sussiste anche la spiegazione scientifica delle modalità storico-concrete di realizzazione dell’ordine spontaneo: Come esso si realizzi concretamente nella libera dinamica dei rapporti sociali è stato ampiamente spiegato da Adam Smith nella sua teoria dei sentimenti morali.
  • I consociati sono indotti a uniformare i loro comportamenti di relazione intorno a un modello virtuoso, per la reciprocità dei sentimenti simpatetici. La vita di relazione costringe ciascuno di noi ad assumere la duplice e contestuale posizione dell’osservatore e dell’osservato. Il soggetto che osserva riconduce a sé, mediante l’immaginazione, la condizione del soggetto osservato e ipotizza come si comporterebbe al suo posto; approva o disapprova il comportamento dell’osservato, secondo il modello ideale di riferimento che raccoglie la sua simpatia. Non può simpatizzare con chi adotta comportamenti antisociali, perché dovrebbe imporre a sé stesso un analogo modello antisociale. Poiché i mille osservatori sono anche contemporaneamente mille osservati, il meccanismo dell’approvazione sociale ha l’effetto si omologare i comportamenti umani, secondo le esigenze della pacifica convivenza.
  • B – Questo meccanismo, studiato per via socio-psicologica da Smith, trova conferma nella scoperta dei neuroni specchio. Il grande neurologo Giacomo Rizzolatti fu il primo ad avvedersi, per via sperimentale, che la scimmia osservatrice trasmette ai muscoli un impulso neuronale identico a quello della scimmia osservata, pur non potendo compiere la medesima azione. L’animale che porta alla bocca la banana muove gli stessi neuroni del suo simile che si limita ad osservare. E mentre nel regno animale i neuroni specchio si attivano per l’impulso derivante dall’osservazione di una singola azione, nell’uomo sono codificate per via genetica le risposte neurologiche non solo alle singole azioni, ma anche all’insieme di azioni che fanno capo all’emozione del soggetto osservato. Ciò spiega perché il bambino piange o ride se vede la mamma piangere o ridere, ben prima che abbia potuto imparare il senso di quelle emozioni. In sintesi i neuroni specchio permettono all’osservatore umano di entrare in sintonia ed empatia col soggetto osservato, capendone le intenzioni. La scoperta (1992) conferma in pieno il carattere spontaneo dell’ordine sociale, già descritto da Smith, reso possibile dal corredo genetico dell’uomo.
  • C – Un’ulteriore conferma del presupposto di verità su cui poggia la dottrina liberale ci viene dagli studi biologici di Robert Trivers. In base alla sua teoria dell’altruismo reciproco. Il rapporto di cooperazione si instaura spontaneamente, non solo tra individui imparentati, ma anche estranei, se esiste la probabilità di incontrarsi di nuovo. L’altruismo non è (sempre) puro sacrificio, ma un investimento che genera un ritorno. È una forma di scambio che crea ordine sociale senza che nessuno l’abbia pianificato. Il libero mercato è il luogo elettivo di queste relazioni spontanee, non dovute alla bontà dell’operatore, ma coltivate nel perseguimento dell’interesse di conseguire in futuro un vantaggio compensativo. In altri termini, l’interesse individuale non pregiudica quello collettivo.

2) Al contrario il postulato della cultura socialista ha fondamenti concettuali erronei.

  • A – Il primo errore risiede nell’idea dello stato di natura dell’uomo caratterizzato dal bellum omnium contra omnes. Gli uomini sarebbero in perenne guerra per assicurarsi le risorse di sopravvivenza. L’errore di fondo risiede nella supposizione che la ricchezza economica sia una grandezza a somma zero. La ricchezza è vista erroneamente come un insieme di risorse, chiuso e immodificabile: se taluno si appropria di una risorsa, immancabilmente la sottrae a un altro, al suo incremento di ricchezza, corrisponde il decremento subìto dall’altro. L’ineliminabile penuria delle risorse innesca la guerra di tutti contro tutti (bellum omnium contra omnes) e solo un intervento dall’alto può ottenere un effetto pacificatore e mettere ordine nelle macerie.
  • In verità, la ricchezza dell’uomo non consiste tanto nel fatto di disporre di risorse naturali, quanto nella capacità di trasformarle e utilizzarle. Con l’ingegno e la tecnologia, l’uomo può migliorarne l’utilizzo, sicché la ricchezza non è una quantità data una volta per tutte. La ricchezza non è la manna che cade dal cielo e rimane inerte sui campi, cosicché il più vorace la sottrae al meno vorace. È la conseguenza dell’operosità e dell’inventiva umane; non corrisponde a una grandezza definita e predeterminata, perché l’opera e l’ingegno dell’uomo hanno potenzialità incommensurabili e inconoscibili. Non è a somma zero, perché la ricchezza dell’uno non è condizione della povertà dell’altro e la ricchezza di tutti può essere aumentata, senza il necessario impoverimento di alcuno.
  • Da qui l’esigenza della collaborazione. L’uomo si avvede che la divisione del lavoro, lo scambio e la tecnologia sono le chiavi di volta della sua ricchezza, molto più che il possesso delle risorse. Il suo patrimonio conoscitivo e tecnologico non può essere accresciuto senza l’apporto degli altri. Da qui la convenienza delle relazioni di collaborazione e scambio.
  • B – Il secondo presupposto erroneo risiede nell’idea marxiana del c.d. “sfruttamento dell’uomo sull’uomo”. Il capitalista si approprierebbe del plusvalore prodotto dal proletario; in ciò risiederebbe lo sfruttamento, che giustifica la lotta di classe, vista come motore del progresso. Il castello marxista crolla però di fronte all’osservazione che il valore di mercato è dato dal consumatore, come dimostrato dal marginalismo della Scuola austriaca, cosicché l’imprenditore che assume su di sé il rischio della vendita non si appropria di alcun surplus di valore. La giustificazione ideologica della lotta di classe e i miti conseguenziali del “Sole dell’avvenire” et similia naufragano miseramente per il solo fatto che la teoria del valore-lavoro è superata da quella del valore marginale.
  • C – È impossibile la reductio ad unum dell’intelligenza umana dispersa. Ogni uomo possiede un frammento del sapere universale e un patrimonio esclusivo, cognitivo e relazionale, che ne fa il migliore curatore dei suoi interessi. Il pianificatore, dovendo centralizzare le decisioni, vuole centralizzare le conoscenze dei mille fattori che incidono sulla cura di quegli interessi; ma non può riuscirvi.

La seconda ragione degli insuccessi della pianificazione può ravvisarsi nell’unicità degli eventi storici e del loro corso. Come ammoniva Popper in “Miseria dello storicismo”, il processo storico non può essere previsto con una legge, ma solamente con una ipotesi storica singolare. A ciò si aggiunga il fenomeno dell’eterogenesi dei fini. L’intenzione impressa all’azione umana non può fronteggiare la complessità dei riflessi non previsti e non voluti, che a loro volta innescano nel tessuto sociale ulteriori catene incontrollabili di eventi consequenziali. E ciò che vale per l’azione individuale, vale a maggior ragione per l’azione sociale dei gruppi e per i programmi dell’autorità politica.

3) Dall’incompatibilità culturale si passa immediatamente all’incompatibilità politica. Questi tre errori concettuali di fondo alimentano il gigantismo dello Stato, fondato sulla bulimia fiscale e sulla invasività burocratica, per definizione antitetici al modello liberale.

  • A – Il primo errore legittima l’interventismo-dirigismo dello Stato. Gli interventi dell’autorità politica vengono pensati come portatori ed elementi costituivi dell’ordine e dunque investono ogni campo della vita associata. L’invasività e l’autoritarismo della politica non incontrano alcun limite nei diritti della persona, perché gli stessi diritti sono infine concessioni dell’autorità e perciò revocabili, modificabili e comprimibili. Il positivismo giuridico è parte integrante del pensiero social-collettivista, per il fatto stesso che le deliberazioni dell’autorità politica sono considerate parti costituenti dell’ordine. In quest’alveo di pensiero, i diritti della persona non posseggono carattere originario, sono “derivazioni” dell’ordine autoritario. Insomma, il diritto, in quanto jus positum, è subordinato alla politica autoritaria, che invade tutti campi della dinamica sociale.
  • B – Il secondo errore giustifica la politica redistributiva e l’utopia egualitaristica, a danno della distribuzione di mercato. Lo Stato interviene nei rapporti di lavoro per rimediare allo “sfruttamento” e i suoi correttivi ristabiliscono l’equilibrio violato. Non si può essere liberi e uguali; e senza la libertà, la povertà regna sovrana. L’egualitarismo sociale ed economico comporta un livellamento verso il basso, che demotiva e deprime ogni iniziativa imprenditoriale. Poiché non viviamo nel paradiso terrestre e il “sole dell’avvenire”, annunciato dai socialcomunisti, tarda a sorgere, ogni uomo compete coi suoi simili per conquistare il rango sociale e assicurarsi il benessere economico. La competizione è inevitabile; lo pseudoegualitarismo di sinistra non l’annulla, ma sostituisce al successo di mercato la clientela politica; le logiche di appartenenza prevalgono sull’intraprendenza, al punto che anche la libera imprenditorialità diventa “capitalismo di relazione”. Inutile precisare che trattasi di relazione politica, giacché, nell’universo della sinistra, la politica diventa “Politica”, che tutto assorbe e tutto controlla, in nome della “socialità” ovviamente.
  • C – il terzo errore di fondo conduce all’economia pianificata e ai suoi inevitabili fallimenti. La pianificazione, votata comunque all’insuccesso, innesca un circolo vizioso: comporta dosi sempre più massicce di autoritarismo, proprio in funzione della sua stessa fallacia. L’autorità pianificatrice deve impedire che i sudditi agiscano in libertà, per l’ovvia considerazione che la libertà non produce omologazione. Il pianificatore impone la sua volontà al pianificato con una dose iniziale, supponiamo anche minima, di vis coattiva; dopo il primo fallimento è costretto a rincarare la dose, per evitare il secondo fallimento; ma non lo evita e rincara ulteriormente la dose, fino all’infinito. La pianificazione induce la coercizione progressiva; è questa “la via della schiavitù” indicata da Hayek.

SECONDA PARTE – COMPATIBILITA’

Relazioni di compatibilità si possono instaurare con le culture politiche, pur diverse da quella liberale, che diffidano delle istituzioni sovranazionali e valorizzano l’identità nazionale. Nei limiti in cui il concetto e il valore ideale della nazione non vengano piegati a una funzione ancillare dello sciovinismo e del suprematismo, possono trovare favorevole accoglimento in ambito liberale. Anzi se ne può dare una lettura “liberalmente orientata”, in contrapposizione sia all’ambigua nozione di Stato, sia a quella di autorità sovranazionale, per due ragioni basilari.

  • A – La prima ragione si lega alla natura storico-evolutiva della nazione. Il lemma designa infatti la comunità umana che condivide le radici culturali alla base della convivenza, formatesi nel corso dei secoli per evoluzione endogena, in assenza di qualsivoglia mente pianificatrice. Quelle radici costituiscono la linfa vitale della nostra civiltà occidentale e di quello spicchio di libertà, sia pure imperfetto e parziale, di cui godiamo. Mentre il legame tra lo Stato e la condizione di libertà del suo “cittadino” può dirsi, per certi versi, “estrinseco”, in quanto dipendente dalle ondivaghe scelte politiche dell’autorità di governo; quello che avvince la nazione e la libertà della persona può dirsi “intrinseco”, non modificabile per intervento dell’autorità politica. In quella comunità e in quei valori culturali, che fondano la nazione, la persona trova il suo habitat protettivo, più o meno efficiente in relazione alle vicende evolutive della civiltà di riferimento, ma comunque non dipendente da scelte politiche contingenti. Sotto questo profilo, i liberali non devono guardare alla nazione con diffidenza; devono diffidare piuttosto dello Stato, insediato nella e sopra la Nazione, come potenziale “nemico”.
  • B – La seconda ragione si lega alla natura democratica dell’autorità nazionale, contrapposta alla natura burocratica dell’autorità sovranazionale. Attingiamo alle osservazioni di Marcello Foa, contenute nel suo recente libro Il sistema (in)visibile. L’autore elenca una lunga serie di organismi, non legittimati dal voto popolare ed estranei all’architettura istituzionale, sia di diritto interno che internazionale, i quali esercitano un potere sovranazionale vincolante. Una semplice cooperativa a responsabilità limitata amministra tutte le transazioni economiche del pianeta, ammettendo o dismettendo, insindacabilmente, la partecipazione degli Stati sovrani. Basta chiedere allo Stato del Vaticano quali furono le conseguenze dell’esclusione dello IOR dal sistema SWIFT; e alla Russia le conseguenze odierne. Tutto il commercio mondiale è gestito da un altro organismo simil-privatistico (WTO); mentre il Fondo Monetario Internazionale decide le sorti di 190 Paesi, al di fuori di qualsivoglia procedura democratica. L’OMS decide le politiche sanitarie; l’IPCC le politiche green dirette a scongiurare un supposto global warming mai dimostrato; le banche private, BCE e Federal Reserve, stampano moneta a loro arbitrio, mentre i ministri del tesoro stanno a guardare.

Il governo può ben poco nei molteplici campi dominati dai protocolli e dalle direttive degli organismi transnazionali; deve limitarsi alle politiche di “armonizzazione”. L’architettura istituzionale democratica rimane in piedi a far bella mostra di sé, ma ne risulta svuotata l’effettiva incidenza decisionale. Gli effetti perversi sono notevoli. Il primo di immediata percezione è l’opacità del potere (nei meccanismi e negli atti), nonché l’irriconoscibilità dei detentori. Il secondo è meno visibile, ma ancora più pernicioso. Gli organismi decisionali obbediscono a una logica settoriale, di apparato, che possiamo definire “tecnico-burocratica”, perché non coltivano alcuna idealità politica; guardano il mondo dal buco della serratura; hanno un angolo visuale molto ristretto, seppure ammantato di “universalismo”. L’organismo finanziario non calcola i costi umani del default in Argentina o in Grecia, ma solo le “parità”, vere o supposte, delle partite finanziarie; il “garante” dell’opinabilissima sostenibilità climatica planetaria non ha alcuna remora a sacrificare la produzione industriale e il benessere economico dei popoli. La burocrazia “globalista” riduce l’uomo alle sue particelle e la convivenza umana ai suoi segmenti, non avendo alcuna visione dell’insieme. E allora ci accorgiamo che difendere la sovranità popolare non significa, infine, solo difendere il vigore dell’ordinamento nazionale; ma significa anche difendere il primato della politica e perfino l’integralità dell’uomo.

TERZA PARTE – AFFINITA’

Relazioni di affinità ci legano sicuramente all’area culturale delle radici cristiane e del conservatorismo.

  • A – Per cogliere fino in fondo le affinità con l’area culturale delle radici cristiane basterebbe il riferimento alle parole di Benedetto XVI: “La dignità umana e i diritti umani devono essere presentati come valori che precedono qualsiasi giurisdizione statale. I diritti fondamentali non vengono creati dal legislatore, né conferiti ai cittadini, ma piuttosto esistono per diritto proprio, sono da sempre da rispettare da parte del legislatore, sono a lui previamente dati come valori di ordine superiore”. Da queste parole emerge chiaramente la piena sintonia tra la visione liberale e quella cristiana dei rapporti umani e correlativamente la grande distonia tra quest’ultima e le dottrine politiche “social-statalistiche”, in seno alle quali lo Stato viene rappresentato come fonte costitutiva dei diritti della persona.
  • All’idea del Dio creatore e pantocratore si associa necessariamente l’accettazione del suo creato e delle sue creature, con le imperfezioni connaturali; al suo sostituto temporale (nelle sembianze di Leviatano) si associa necessariamente la ricerca della perfezione su questa terra, nella quale si suppone esaurirsi l’interezza dell’esistenza. Il perfettismo è il nemico principale della libertà, perché alla possibilità dell’errore sostituisce la necessità della scelta giusta, essendo una sola la strada che conduce al risultato voluto. Mentre il contenuto dottrinario del liberalismo si può ridurre al postulato di fondo del libero arbitrio dell’uomo, tutte le varie declinazioni dell’ideologia perfettista convergono infine sul sacrificio della libertà, in nome dell’uniformità.
  • Al filone di pensiero che si ispira alle radici cristiane della nostra civiltà, si può ricondurre il distributismo. Chesterton non ebbe l’ambizione di elaborare una sistematica compiuta di filosofia politica e scienza economica. La sua dottrina riconosce il carattere originario della proprietà privata e la sua intrinseca funzione sociale. Il suo distributismo si limita a tradurre in programma politico la dottrina sociale della Chiesa cattolica, indicando nella massima distribuzione della proprietà privata il fine politico del buon governo. Alcuni vi hanno individuato una “terza via”, intermedia tra capitalismo e socialismo. A nostro avviso, piuttosto che intermediare tra l’una e l’altra dottrina politica, il distributismo va inteso come una corrente di pensiero interna al liberalismo, giacché il socialismo per definizione non può accogliere il postulato essenziale del distributismo, che fonda il diritto di proprietà nei rapporti sociali “naturali” secondo il Magistero della DSC.
  • B – Allo stesso modo è necessario evidenziare l’affinità che lega liberalismo e conservatorismo.
  • Queste due correnti di pensiero, sfrondate del contingente e ricondotte all’essenzialità delle idee guida, si attraggono vicendevolmente. Tocqueville, von Hayek, Scruton, il nostro Beniamino Di Martino hanno scritto pagine memorabili, evidenziando il punto di convergenza: non la pianificazione centralistica di Stato, bensì la libera dinamica sociale, fondata sull’iniziativa dei privati e dei corpi intermedi e guidata dalle norme di civiltà pervenute al consorzio umano per traditio, costituisce il vero motore dello sviluppo.

Abbiamo visto che la nostra libertà ha trovato il suo humus nelle radici cristiane della nostra civiltà; al contempo dobbiamo sottolineare che, nell’ordine tradizionale della comunità umana, prosperano la libera dinamica economica e la mobilità sociale. L’estrema variabilità dei presupposti e dei riferimenti giuridici ed economici sono i primi nemici del rischio d’impresa. Il programma d’investimento si basa sulle certezze del presente e sulla ragionevole aspettativa della stabilità ventura. La legislazione ondivaga e perfino retroattiva elimina quelle certezze basilari che incentivano l’investimento di risorse umane e finanziarie.

Ebbene la spinta alla legislazione sovrabbondante e caotica nasce da quella stessa ideologia dello Stato “tutore” onnipresente e onnivoro, che intende regolare tutti gli aspetti della vita associata. L’invasività della burocrazia e la legislazione mutevole e frammentata sono figlie della stessa ideologia, che diffida dell’iniziativa privata. Ben diversa è la prospettiva dei conservatori. L’ingenuo ritiene che il conservatore voglia immobilizzare la società, conservando l’esistente. Nulla di più errato. Il conservatore vuole solo preservare i principi regolatori, non le regole di dettaglio; anzi diffida degli atti legislativi selettivi e mirati, perché vede nella regola generale, valida erga omnes e tendenzialmente stabile, il necessario presidio della libertà umana. Egli è consapevole che la stabilità del quadro di riferimento economico-giuridico incentiva l’assunzione del rischio d’impresa, creando le condizioni del dinamismo e della mobilità sociale.

 

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