di GILBERTO ONETO
Bossi si è dimesso. Ha fatto una cosa saggia ma l’ha fatta con sei anni di ritardo. Quando si era risvegliato dal coma e si era accorto di non essere più l’uomo di prima avrebbe dovuto costruirsi una successione credibile invece di sostenere con caparbietà che lui e la Lega erano nati e sarebbero morti assieme: un obiettivo su cui si è impegnato allo spasimo. Sei anni fa sarebbe stato tutto molto più semplice e – soprattutto – c’erano molte più energie di quante ne siano rimaste oggi, dopo anni di catalessi berlusconiana e cerchista, di accanimento terapeutico e di delusioni sistematiche. Allora non c’erano in giro figliolanze pretenziose e tesorieri calabresi, e nel partito c’erano tante persone per bene che non avevano ancora perso la pazienza.
Ma, meglio tardi che mai. Le dimissioni di oggi (sempre che vengano confermate e che non siano un’altra trovata pokeristica) portano chiarezza e speranza, aprono scenari nuovi e sviluppi di ogni ge
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