di PAOLO MATHLOUTHI
Addetto culturale presso l'ambasciata italiana a Varsavia, nel 1920 Curzio Malaparte assiste in prima persona all'assedio dell'Armata Rossa che tenta, invano, di espugnare la città. L'episodio colpisce la sua immaginazione e fa balenare in lui l'idea di un libro incentrato sulla conquista del potere manu militari, tema controverso eppure antico ed avvincente, che va di pari passo con l'evoluzione della Civiltà. Colta nella sua essenza più autentica e profonda, la Rivoluzione, a prescindere dal suo “colore” e dalla connotazione ideologica che la contraddistingue, altro non è che il rovesciamento di un sistema politico volto all'edificazione di un nuovo ordine. Lo scrittore si chiede se esista un metodo, una tecnica universale che possa applicarsi anche a casi diversi tra loro e affida le sue folgoranti riflessioni a “Tecnica del colpo di Stato”, saggio pubblicato nel 1931 in Francia e oggi riproposto da Roberto Calasso nella Piccola Biblioteca Adelph
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