BOSGATTIA, PROVE DI INDIPENDENZA NEL MEZZO DEL PO

BOSGATTIAdi L’ECO DEL PO

Lo premetto: mi sono messo alla ricerca di un fantasma. Della Tamisiana Repubblica di Bosgattia, uno strano esperimento comunitario realizzato su un isolotto del Po a Panarella di Papozze, tra il 1946 e il 1955, da quello straordinario personaggio che è stato il professor Luigi Salvini, sono rimaste rarissime tracce. La prima volta ne ho letto un piccolo accenno scorrendo le pagine de “Il grande fiume po“, libro di Guido Conti, che dedica a questa storia un breve capitoletto nella parte relativa al Delta. Sono bastate quelle poche righe ad incuriosirmi e mi sono ripromesso, prima o poi, di fare una ricerca e di scriverne sull’Eco. Ma non è stato facile reperire del materiale. Se si digita su google “Repubblica di Bosgattia”, compaiono pochi link e tutti, per lo più, rimandano alla stessa fonte, ossia al sito dell’Accademia del Tartufo del Delta. Faccio un tentativo, inviando, senza troppe speranze, una mail. Ed è con mia grande sorpresa che, controllando la posta alla sera, mi accorgo che il presidente dell’Accademia del Tartufo, il professor Antonio Dimer Manzolli, mi ha risposto, dandomi una serie di dritte su dove trovare i documenti che sto cercando. Allegata alla mail, c’è anche una copia del libro Una tenda in riva al Po, in cui Salvini, con un linguaggio ironicamente immaginifico, ci ha lasciato la sua diretta testimonianza di alcuni episodi della vita a Bosgattia.

Prima di parlare della Repubblica di Bosgattia, bisogna, però, spendere due parole sul suo fondatore, Luigi Salvini. Nato a Milano nel 1911, si laureò in lettere con il massimo dei voti e già nel 1933, a soli ventidue anni, entrato a far parte dell’Istituto Relazioni con l’Estero, fu nominato lettore di italiano alle università di Helsinki e Turki, in Finlandia. Da quel momento iniziò un’intensa opera di diffusione della cultura italiana nei paesi dell’Europa orientale, dalla Bulgaria alla Romania, dalla Polonia alla Juogoslavia, attraverso l’organizzazione di corsi e conferenze nelle università e la creazione di Istituti di Cultura Italiana. Per questa sua instancabile opera di organizzatore e di divulgatore, oltre che per meriti scientifici, a soli venticinque anni ottenne la carica di ispettore per l’insegnamento delle lingue dal Ministero della Pubblica Istruzione. Nonostante lo scoppio della seconda guerra mondiale, l’attività del professor Salvini non conobbe soste, in nome di un ideale di amicizia tra i popoli che strideva con le ideologie totalitarie dell’epoca. Suo malgrado, provò sulla propria pelle il clima d’odio che si respirava in quegli anni terribili: nel 1942, infatti, mentre per impegni accademici si trovava in Croazia, venne avvelenato con una polpetta all’arsenico in un ristorante di Zagabria, per fortuna senza gravi conseguenze. Nel 1947, a guerra finita, gli venne conferita per chiara fama la libera docenza in filologia slava. Nonostante quest’attività frenetica, che basterebbe da sola a riempire due vite delle nostre, trovò il tempo di innamorarsi di Matelda, figlia di Nino Catozzo, celebre musicista di Adria, e del delta del Po.

Come non metterci sulle tracce di un tipo simile? E così Piero e io, armati di taccuini e macchine fotografiche, partiamo, un sabato di novembre, alla volta di Papozze, dove ci aspetta il professor Manzolli, con il quale, nel frattempo, sono riuscito a fissare un appuntamento. Al professor Manzolli, semplicemente Dimer per i suoi compaesani, si deve il merito di aver conservato con tenacia, per tutti questi anni, la memoria di Salvini e di Bosgattia, ma sembra un cavaliere solitario, circondato dall’indifferenza generale. Si vede, però, che ha voglia di raccontare: <<Questa è una storia che non ha mai superato i confini di Papozze e Panarella; del resto, tutti qui consideravano Salvini un originale, per non dire un matto>>, ci spiega, tra una sigaretta e l’altra, mentre ci accoglie sulla piazza del paese, davanti al municipio. Per prima cosa, ci porta a vedere i luoghi di Bosgattia che, fisicamente, si collocava in una lancaformata dal Po davanti a Panarella, pochi chilometri dopo che il fiume si è diviso nei primi due rami del delta, quello di Goro e quello di Venezia. <<Quasi nel mezzo del fiume, chiomata di golene e di salici, con una spiaggia semilunata coperta di sabbia d’un biancore abbagliante, era riemersa un’isola: il Balotìn, che l’alluvione aveva risparmiato, e quasi arricchita come una figlia>>, scrive Salvini in Una tenda in BOSGATTIA2riva al Po. <<Oggi qui è molto diverso da allora- spiega Manzolli-. Quella che un tempo era golena, oggi è coperta dall’acqua e al Balotìn ci si può arrivare solo in barca>>. Il silenzio è assoluto, i colori del tramonto si rispecchiano nell’acqua e illuminano la fitta vegetazione; in lontananza si vedono i silos del vecchio zuccherificio di Corbola. <<Sull’isola dove un tempo si ritrovavano i bosgattiani- continua il professore- recentemente i carabinieri hanno trovato piante di canapa indiana>>.

Ma che cos’era esattamente la Repubblica di Bosgattia? Siamo nel 1946, la guerra è appena finita e, insieme alla necessità di rimboccarsi le maniche per ricostruire un paese in macerie, c’è anche il desiderio irrefrenabile di libertà, dopo gli anni bui della dittatura e della guerra civile. Ogni estate Salvini, che viveva a Roma per lavoro, torna sul delta, a casa della moglie Matelda, per le vacanze ed è proprio a Corte Milana di S.Giustina, nella campagna di Panarella, che ha luogo “l’atto costitutivo” della Tamisiana Repubblica di Bosgattia (che era “libera, indipendente, periodica, transitoria e analfabeta”, come si legge nei documenti giunti fino a noi). Già il nome è tutto un programma, fatto di allusioni e giochi di parole: nel dialetto della zona, il bosgato è il maiale, rappresentato anche nello stemma della repubblica che è una bandiera rossa con l’effigie proprio del maiale. Il tamiso, invece, è l’attrezzo da cucina che serve per setacciare la farina con cui si fa il pane. Ma nè ilbosgato, nè il tamiso sono intesi dal Salvini nel loro significato letterale. Come spiega lui stesso, <<…se chiedete…ai Bosgattiani perché si richiamino al Tamiso o al Bosgatto, essi vi spiegheranno a muso duro come il filtro pronubo del pane alluda solo alla rete che tamisa le acque e che essi maneggiano con singolare perizia; e come parlando di Bosgatto essi non si richiamino più tanto al più utile e misconosciuto animale domestico, sacrificato all’ingordigia ed all’ingratitudine umana, quanto allo storione, la più grassa e grossa delle prede fluviali, che essi inseguono, in verità senza troppa fortuna>>. La pesca, insieme alla caccia, era l’attività principale dei bosgattiani, che, se volevano mangiare, dovevano darsi da fare.

La vita a Bosgattia si svolgeva da luglio a settembre e i bosgattiani alloggiavano in tende da campeggio o sotto teloni sistemati alla meglio tra un ramo e l’altro: <Si alzarono poi le prime tende, così piccole e corte, che i piedi di Tom, il Tamiso, ne sporgevano come promontori- scrive sempre Salvini-. Un telone da camion, vecchio e rappezzato, venne appiccato come un furfante ai rami di un ontano, da servire di soggiorno nelle ore di canicola, e di rifugio durante gli scrosci del temporale>>. L’accesso a Bosgattia non era libero, bisognava ottenere un apposito passaporto, rilasciato dal Serenissimo Consiglio degli Anziani della Confraternita del Tamiso e Bosgatto a patto che si superasse una prova di abilità: si doveva pescare il caifa (il pescegatto) e dimostrare di saperlo staccare dall’amo. I passaporti erano realizzati direttamente dal professor Salvini, così come le monete aventi corso leagale a Bosgattia, il çievaloro (da sievalo, cefalo in dialetto veneto), le cartoline postali e i francobolli, tanto da far dire al professor Manzolli che <<Salvini fu il precursore dellamail-art>>. In effetti, gli esemplari che ci mostra Renato Bertaglia, uno dei bocia, i ragazzini che popolavano Bosgattia, hanno dello stupefacente: sono disegnati e colorati con una cura certosina da cui traspare la passione del loro creatore.

Renato Bertaglia è uno dei testimoni di quella repubblica di buontemponi. Ci ha condotti a casa sua, in località Marcanta di Papozze, il professor Dimer: <<Inizialmente, quando l’avete contattato, si è un po’ spaventato- confessa il professore-. Non è la prima volta che qualcuno lo avvicina per sottrargli il materiale che ha conservato di Bosgattia>>. In effetti, l’archivio di Bertaglia è ricchissimo: conserva in una cartellina un gran numero di documenti originali della Repubblica. Ci mostra pezzi da uno, cinque, cinquanta, cento, duecento çievaloro (un çievaloro valeva cinque lire, un marco tedesco valeva trenta çievaloro, un dollaro centoventiquattro çv e così via), cartoline illustrate, francobolli, passaporti e vecchie fotografie. <<Io mi occupavo della pesca e aiutavo il cuoco (Bosgattia era fornita di cucine da campo). Quando andavo in paese a far la spesa, pagavo in çievaloro; passava, poi, Salvini a saldare il conto>>. Bertaglia a Bosgattia gestiva anche piccoli commerci: <<Alcune delle cose che compravo in paese le rivendevo a Bosgattia e, col cambio favorevole, ci guadagnavo pure>>. Penso che non sarebbe una brutta idea, con tutti i cimeli che ha conservato Bertaglia, allestire a Papozze un piccolo museo sulla Repubblica di Bosgattia e sul professor Salvini; è una storia così affascinante che potrebbe interessare a molti e non solo a due matti come me e Piero. Del resto, a Bosgattia arrivavano in tanti: <<Soprattutto studiosi amici di Salvini, ma anche tanti turisti stranieri- ci informa Manzolli-. A quelli che sostavano meno di due giorni era rilasciato uno speciale lasciapassare temporaneo e alloggiavano in una grande tenda chiamata “Casa dello sbafatore di turno”. Ricordo che, ancora anni dopo, attraccò in Po, davanti a Panarella, una barca carica di turisti tedeschi che, cartina geografica alla mano, chiedevano indicazioni per la Repubblica di Bosgattia>>.

Sulla via del ritorno, cerchiamo di tirare le somme dei racconti che abbiamo ascoltato. Ci chiediamo se la Repubblica di Bosgattia sia stata un vero e proprio esperimento sociale o se non, piuttosto, una “comune disimpegnata”. Certo è che i suoi abitanti erano in gran parte intellettuali amici di Salvini; poca la gente del posto, se si escludono i tanti bocia. A non erano ammessi libri, giornali, radio e tutto ciò che portasse con se l’eco del mondo “di fuori”. Si viveva alla giornata, di cose semplici ed essenziali. Se vogliamo, Salvini è stato l’anticipatore degli attuali movimenti della decrescita, ma senza prendersi sul serio. Del resto, uno dei caratteri principali di Bosgattia, oltre alla rivendicazione dell’analfabetismo come spoliazione da ogni sovrastruttura culturale, era la transitorietà, come a dire: “qui possiamo prenderci una pausa dalla vita di tutti giorni, ben sapendo che è là che dobbiamo tornare”. L’esperienza di Bosgattia durò fino al 1955, quando il professor Salvini si ammalò di un male che, nel 1957, se lo portò via a soli 46 anni. Di lui resta un ricordo indimenticabile nei fortunati che lo hanno conosciuto e un’irresistibile fascinazione in chi si avvicina alla sua storia. Mi torna alla mente un altro passo tratto da Una stanza in riva al Po, che mi sembra il modo più appropriato per chiudere questo racconto: <<L’alba sonava l’alzabandiera vermiglio e oro dei cieli di laguna e il martin pescatore veniva di corsa a fischiare la sveglia anche all’uomo dell’ultimo turno di guardia, assopitosi con gli occhi aperti. Il campo esplodeva allora di grida e di richiami; e mentre da qualche parte bolliva, su un rogo di spini, una broda nera, i Bosgattesi si tuffavano nelle acque gelate, sollevando spruzzi d’argento e facendo schizzar via le rane rimaste a bighellonare sulla riva dopo il concerto notturno>>.

TRATTO DA L’ECO DEL PO, QUI L’ORIGINALE

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