CATALOGNA, VERSO IL PROCESSO DEI PRIGIONIERI. IL REATO? AVER PERMESSO DI VOTARE

di LUCA LAVIOLA

La Catalogna “riguarda tutta l’Unione europea, non solo la Spagna. Serve una soluzione politica o sarà il caos”. A poche settimane dal processo a Madrid, probabilmente a inizio febbraio, parlano dal carcere in cui sono rinchiusi da più di un anno Joaquim Forn e Jordi Sanchez, due leader indipendentisti accusati di ribellione dalla magistratura spagnola. Con altri 7, tra cui l’ex vice presidente Oriol Junqueras, rischiano una pena di almeno 25 anni per aver organizzato il referendum sull’indipendenza dell’1 ottobre 2017, dichiarato illegale dal governo centrale, e le manifestazioni di massa che lo precedettero. Si prospettano altri mesi di tensione nella regione autonoma, divisa tra separatisti e unionisti. Forn e Sanchez hanno risposto a domande dell’ANSA attraverso i loro legali.

In Catalogna “sono in gioco i valori dell’Ue, che non può voltarsi dall’altra parte”, scrive Forn, 54 anni, ex ‘ministro’ dell’Interno del governo di Carles Puigdemont, sciolto da Madrid applicando l’articolo 155 della Costituzione. “Serve una mediazione internazionale per risolvere il conflitto politico – sostiene Forn -. La legge per il reato di ribellione parla di uso di violenza, armi ed esplosivi, ma il movimento catalano è stato sempre pacifico. Ci accusano di un delitto per aver permesso a oltre 2 milioni di persone di esprimersi alle urne ed esercitare il diritto di autodeterminazione”. Secondo la stampa catalana, Forn potrebbe candidarsi a sindaco di Barcellona a maggio, prima della sentenza del processo. “Confido nel dialogo e in una soluzione democratica.

L’alternativa a un accordo frutto del dialogo è il caos, nel quale tutti perderemo, Spagna e Catalogna”, dichiara Sanchez, 54 anni, presidente di Assemblea nazionale catalana (Anc), una delle anime sociali e movimentiste dell’indipendentismo catalano. Con Jordi Cuixart (Omnium Cultural, rete civica) sono ‘i 2 Jordi’ dei giorni del referendum, entrambi detenuti. “Mi si accusa di aver guidato una manifestazione di 40mila persone (in cui un’auto della polizia fu danneggiata e alcuni agenti non poterono uscire per ore da un edificio pubblico, ndr) ma l’unica violenza è stata della polizia il giorno del referendum – scrive Sanchez -. Oltre il 70% dei catalani vuole un referendum concordato e circa il 55% sarebbe pro indipendenza”.

Con il socialista Pedro Sanchez al governo a Madrid al posto di Mariano Rajoy (centrodestra) i toni si sono abbassati e c’é stato un incontro con il presidente indipendentista Quim Torra, eletto dal ‘Parlament’ dopo il ripristino dell’autonomia e nuove elezioni. Torra è vicino a Puigdemont, il leader fuggito dopo lo scioglimento del governo regionale e ancora auto esiliato in Belgio. Una parte degli indipendentisti – che comprendono i centristi di PdeCat, la sinistra di Esquerra Republicana e quella estrema della Cup – vorrebbe ancora eleggere Puigdemont, ma su questo come su altri punti il fronte ha opinioni diverse.

Comune è la richiesta di referendum sull’indipendenza con il consenso di Madrid, l’assoluzione dei leader detenuti e il rifiuto finora di votare la legge Finanziaria di Pedro Sanchez. Oscurata da Brexit e manovra economica italiana, la questione catalana può esplodere in mano alla nuova Commissione Ue che uscirà dalle elezioni di maggio. La Catalogna, 7,4 milioni di abitanti, è con Lombardia e Baviera tra le regioni più ricche d’Europa. “Non credo che una vittoria dei sovranisti favorirebbe una soluzione – afferma Sanchez -. Servono più democrazia, più diritti e più Europa: il nostro progetto non va a detrimento di una Ue forte”. “Abbiamo il morale alto – dice Forn -. Siamo dalla parte giusta“. Ma la maggior parte degli spagnoli dissente.

TRATTO DA ANSA.IT

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