CONTRO IL POTERE! PEDAGOGIA DELLA RESISTENZA CIVILE

ribellionedi ENZO TRENTIN

Le idee che non diventano martirio non valgono nulla. Siamo figli di una oppressione, come i nativi americani dei conquistadores? Certamente! Eppure noi veneti non vogliamo morire complici. Non c’è altro modo di essere liberi che quello di rimanere in piedi, perché star seduti trasmette un inconscio messaggio di comodità, riduzione della propria altezza e dei propri diritti: obbliga a guardare dal basso in alto. Naturalmente anche il re o i parlamentari stanno seduti. Ma lo fanno su un trono o uno scranno più in alto di tutti gli altri. È ciò che teorizza magnificamente Paulò Freire (Recife, 1921 – São Paulo, 1997) che è stato un pedagogista brasiliano e un importante teorico dell’educazione. Nella sua opera “La pedagogia degli oppressi”, il sociologo brasiliano avviò una radicale riforma della pedagogia: sostiene che i vinti ricevono l’educazione e un’altra lingua dai vincitori e con quegli strumenti sono tenuti sottomessi. Sono forze che operano inavvertite sul corpo sociale e su quello individuale di ognuno di noi, modellandolo, come già denunciava Pier Paolo Pasolini. Chi controlla le tue parole decide la lingua dei tuoi sogni e persino la tua postura, come cammini. Desideri quello che un altro vuole che tu desideri. E, soprattutto, ti abitui a desiderare meno di lui.

Ai veneti – dopo l’unione con l’Italia – sin dall’infanzia hanno insegnato che la loro lingua è un dialetto dell’italiano. Ma com’è possibile che una lingua parlata per secoli ben prima del 1866, sia un dialetto di quell’italiano che discende dal toscano?

Per esempio, Angelo Beolco detto Ruzzante (Padova 1496? – Padova, 1542) è stato un drammaturgo, attore e scrittore veneto. Autore di opere teatrali, trasse per se stesso lo pseudonimo di Ruzzante, dal nome di un personaggio delle sue commedie, un contadino veneto che è stato differentemente caratterizzato di opera in opera. Le riduzioni in italiano perdono lo slancio linguistico, il senso più profondo del gioco legato ai richiami più attinenti alla struttura semiotica. Insaziabile curioso, non mancò di polemizzare con i più illustri contemporanei, in particolare col Bembo, ampiamente schernito proprio nella la Betia.

Pietro Bembo (Venezia, 1470 – Roma, 1547) è stato un cardinale, scrittore, grammatico, traduttore e umanista italiano. Regolò per primo in modo sicuro e coerente la lingua italiana fondandola sull’uso dei massimi scrittori toscani trecenteschi. Contribuì potentemente alla diffusione in Italia e all’estero del modello poetico petrarchista. Le sue idee furono inoltre decisive nella formazione musicale dello stile madrigale nel XVI secolo. Nato nell’antica famiglia patrizia dei Bembo, da Bernardo e da Elena Morosini. Ancora bambino, seguì il padre, senatore della Serenissima, a Firenze, dove imparò ad apprezzare il toscano, che avrebbe preferito alla lingua della sua città natale per tutta la vita. Chi, dunque, male interpreta la questione prende il Bembo per ciò ch’egli voleva essere, non certo per quello che era: un veneto.

Poco importa quale esso sia il potere, poiché il potere educa alla subordinazione che acconsente e al silenzio. Come dire: se non vuoi cantare la mia canzone, almeno taci. Allora ciò che sa il potere lo dobbiamo sapere anche noi tutti che aspiriamo all’indipendenza da uno Stato italiano vessatore. Uno Stato che gabella i contribuenti in maniera persecutoria con la scusa di dover appianare un debito pubblico (peraltro fatto dai partiti politici e loro sodali), e ciò nonostante tale debito è in continua abnorme crescita; né si constatano riduzioni ai privilegi della casta politico-burocratica. Ecco, allora, il cittadino veneto (e non solo lui) educato ad abbassare la testa dinanzi a un potere, la china dinanzi a ogni potere, incluso la mafia; lo fanno i singoli e popoli interi. Lo fanno i vinti.

Paulo Freire è l’unico grande pedagogo non occidentale che ci permette di comprendere il perché della sottomissione dei sudamericani, a cui la conquista europea aveva tolto la propria visione del mondo, del divino, della vita. Lo specchio di quello che sei è nelle parole che usi, nella lingua. E ai nativi americani, i nuovi padroni europei imposero la propria. Le lingue si indossano, come una pelle che si adatta alle forme; quella che i nativi dovettero parlare era il vestito di un altro; portava idee e pensieri esranei. Pensieri, idee, sentimenti dei vinti (ridotti a caricatura del vincitore: vestono, mangiano come lui) furono messi a tacere, come la loro lingua.

Siamo costretti a sintetizzarei ragionamenti e a saltare qualche passaggio, ma dovrebbe essere chiaro che la conclusione di Freire è valida anche per i veneti: la stuttura di una lingua è la struttura stessa del potere, lo riproduce. La lingua dei poveri parla di povertà, quella dei ricchi di ricchezza. Insomma, uno comanda o ubbidisce come parla. Uno dice e l’altro tace. I padroni sono tali, perché hanno le parole.

L’insegnamento di Freire non è distante da quello di don Milani. Egli si chiese se l’educatore poteva solo continuare a riprodurre le idee morte dell’Occidente. I sudamericani sono nati dallo stupro di una civiltà distrutta dagli europei e dall’unione dei nuovi arrivati con le donne dei popoli i cui maschi vennero sterminati in battaglia o di fatica in miniera. Stupro pure linguistico, perché i vinti dovettero sottomettersi alla lingua dei vinciiori. Freire capì che destrutturare la lingua è destrutturare il potere; mise a punto un metodo di alfabetizzazione popolare, per adulti analfabeti. Così, il possesso delle parole, del loro vero significato e uso, svela la natura della sottomissione e libera chi ne è soggetto. Questa è politica, perché cambia la società, la fa più consapevole, adulta. Finisce il tempo della vergogna. La pedagogia della resistenza civile è un tentativo di rompere la società del silenzio. Il contrario è una pedagogia che giustifica la verità storica consolidata, ufficiale, quella del vincitore. E nelle aree della marginalità, così si conserva e consolida la marginalità.

disobbedienza1Come si fa a parlare di dialetto veneto derivato dalla lingua italiana, per l’opera di Carlo Goldoni (Venezia, 1707 – Parigi, 1793)? Costui è stato un drammaturgo, scrittore, librettista e avvocato, cittadino della Repubblica di Venezia. Goldoni, che è considerato uno dei padri della commedia moderna e deve parte della sua fama anche alle opere in lingua veneta.

Come si fa a parlare di dialetto veneto derivato dalla lingua italiana per l’opera di Ruzzante? Il giullare italiano Dario Fo, durante il discorso pubblico nel momento in cui veniva insignito del Premio Nobel per la Letteratura, così definiva Ruzzante: «Uno straordinario teatrante della mia terra, poco conosciuto… anche in Italia. Ma che è senz’altro il più grande autore di teatro che l’Europa abbia avuto nel Rinascimento prima ancora dell’avvento di Shakespeare. Sto parlando di Ruzzante Beolco, il mio più grande maestro insieme a Molière: entrambi attori-autori, entrambi sbeffeggiati dai sommi letterati del loro tempo. Disprezzati soprattutto perché portavano in scena il quotidiano, la gioia e la disperazione della gente comune, l’ipocrisia e la spocchia dei potenti, la costante ingiustizia.»

Pier Paolo Pasolini ha dato tutte le spiegazioni sociologiche del caso. Ha già detto tutto sulla perdita della cultura genuina e sul vuoto creatosi a causa della “cultura” del consumismo di massa:

«Io adoravo il “sogno” italiano… quella meravigliosa “illusione” che hai quando vedi certi borghi del ‘200, o certe vallate ladine, o anche paesaggi e dettagli superbi in cui ti imbatti in Abruzzo, in Lazio, in Sicilia, in Puglia, ovunque in Italia… Tesori sublimi, che tolgono il fiato…

Che sono Armonia Assoluta.

Ma non solo! Beccaria, Mazzini, Pirandello, Calvino, Sciascia, Monicelli…!

Solo per citarne alcuni a caso, fra migliaia di possibili… e mi limito ai moderni…

E i cipressi, gli olivi, i larici, le querce, i faggi, i pini marittimi, l’odore del mirto e del rosmarino, ma parimenti quello dei pini mughi e del sotto bosco autunnale sulle alpi…

Certi rimasugli di cultura antica, di montagna, contadina, marinara…

Uno steccato di alta montagna… una barca “impeciata” o “calafatata” pronta per le pesca… un bue che bruca su una collina… un filare di vigna in una valle stretta a terrazze… e altri milioni di istantanee da… togliere il fiato.

E lo Spirito locale, ma “UNIVERSALE” che ha modellato quegli ambienti…

Segni meravigliosi di … un sogno.

Ma su quel sogno… gli italiani ci hanno cacato sopra…

E lo hanno sommerso di cemento, rifiuti, porcate, inquinamento, ignoranza e superficiale “benessere della panza”… benessere sciocco, futile, sciupone, ignavo, senza nemmeno la dignità della povertà economica… ma del tutto simile alla indegnità della miseria dell’animo.

Ed il senso della Comunità, della cooperazione spontanea di chi ha visto fame, miseria, freddo, guerra, del territorio e della contrada sentita come “di tutti e da tutti difesa”… sono spariti, sostituiti dalla corsa alla villetta, al SUV, alla vita staccata dagli altri… gli “altri”… sempre più sentiti come “disturbo”… come qualcosa da tenere fuori dal nostro recinto di isolamento.

Ed ora quel sogno è solo “colore superficiale”… perché il “sentire” ed i valori comunitari profondi che crearono quei posti e quella relazione uomo-ambiente… non esistono più!».

L’Armonia è perduta. L’Innocenza sparita. Riappropriamoci, dunque della nostra terra, della nostra civiltà, della nostra lingua e dell’autodeterminazione per riottenere la nostra Heimat. Quel vocabolo tedescoche non ha un corrispettivo nella lingua italiana. Viene spesso tradotto con “Casa“, “Piccola patria, o “Luogo natio” e indica il territorio in cui ci si sente a casa propria perché vi si è nati, vi si è trascorsa l’infanzia, o vi si parla la lingua degli affetti. Quando i sottomessi non accetteranno più di esserlo, e quando i sudditi smetteranno di essere tali, i re non saranno più re, ed i politicanti con i loro partiti politici finiranno nella pattumiera della storia.

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