COVID 19, LO STUDIO CHE SMASCHERA IL DISASTRO LOMBARDO

di GIANLUCA MARCHI

Diciamoci la verità: in questa terribile vicenda del Covid 19 ancora non abbiamo ascoltato una spiegazione convincente sul caso Lombardia, sul perché la regione più ricca sviluppata d’Italia, una delle più forti del mondo, dotata di una sanità di alto livello, sia stata investita e travolta dal corona virus in maniera così violenta, anche per l’indice di mortalità, da non avere paragoni con altre aree del globo (se non con la città di Madrid, ma solo nelle prime tre settimane di sviluppo dell’epidemia).

Si è detto e ripetuto, nel tentativo di dare una spiegazione a questo evento, che il virus sarebbe circolato indisturbato per almeno quattro settimane prima dell’individuazione del cosiddetto caso 1 di Codogno e da quel momento l’iceberg sarebbe emerso tutto in un colpo, travolgendo il Titanic lombardo.

Personalmente ho sempre pensato che questa fosse un spiegazione non esaustiva. Gli imprenditori e gli operatori economici lombardi non mi risulta siano gli unici ad avere frequenti rapporti con la Cina e con la Germania (paese da cui un ceppo del virus è arrivato in Italia). Forse che veneti ed emiliani hanno un indice di rapporti così inferiore da non essere stati esposti allo stesso rischio? Difficile da sostenere. E poi non ci hanno sempre detto che il virus non conosce confini? E allora è difficile da credere che si sia diffuso sotterraneamente con quella intensità solo dentro i confini lombardi.

Un’altra delle spiegazioni che abbiamo avvertito crescere nel corso delle settimane è stata quella dell’abbandono, ormai da anni, della sanità territoriale a vantaggio di quella ospedaliera, una scelta politica frutto della “visione” di Roberto Formigoni, avallata e confermata dalla riforma del 2015 approvata sotto la presidenza di Roberto Maroni (il primo tacitato dalla condanna con relativa galera, il secondo scomparso dai radar ultimamente, forse per tenersi lontano da un possibile coinvolgimento di responsabilità politica). Ma se la sanità lombarda è fondata sull’eccellenza ospedaliera, come è stato possibile che i primi a essere travolti sono stati proprio gli ospedali, che anzi si sono rivelati essere focolai di moltiplicazione del virus? Anche con questa lettura non si perviene, a mio parere, a una spiegazione esauriente del caso Lombardia.

Vivendo a distanza tutto quello che è successo e ancora sta accadendo nella mia regione d’origine, e dunque con un coinvolgimento emotivo un po’ più filtrato, ho continuato a pensare che mancasse qualcosa per completare il quadro esplicativo, ma non avevo idea di cosa potesse essere. Poi qualche giorno fa sono incocciato nel documento che qui pubblichiamo. Si tratta del lavoro, molto puntuale e documentato, di uno stimato medico chirurgo oggi in pensione e dunque non sospettabile di voler tirare l’acqua a un mulino che non ha.

La lettura del documento non è semplice per chi non ha competenze nel campo, ma come quasi sempre mi è capitato nella mia attività giornalistica, tutte le volte che sono stato alle prese con documenti complessi, articolati e di non immediata comprensione per il comune cittadino, ho sempre avuto la capacità, o chiamiamola anche fortuna, di accorgermi quasi a pelle, del punto o del momento in cui lo scritto in questione mi stava dando la “notizia”, se volete il “titolo”. Ed è successo anche stavolta. Dopo circa 15/20 minuti di lettura mi stavo mentalmente chiedendo quando sarebbe arrivata la notizia. Non ho fatto in tempo ad elaborare questo pensiero che, bum, ci sono sbattuto addosso come in un frontale in macchina.

Uno dei principi base della medicina è la prassi della “separazione” in casi di epidemia. Non è un metodo messo a punto l’altro ieri, bensì oltre 500 anni fa dalla Repubblica Serenissima. Nel 1468 il Senato veneziano deliberò l’istituzione del Lazzaretto Nuovo, che dunque si aggiungeva al cosiddetto Vecio: in quest’ultimo ci stavano i malati, in quello Nuovo venivano  concentrati i sospetti, la città ospitava i soggetti sani. L’idea della “quarantena” nasce allora, quando gli equipaggi delle navi commerciali in arrivo a Venezia dovevano prima passare al Lazzaretto Nuovo.

In quel tempo la prassi si concretizzò sulla base delle osservazioni empiriche. Più recentemente il principio della “separazione” è stato avallato dalle risultanze scientifiche. Ma nessuno l’ha mai messo in discussione. Poi un bel giorno, anzi direi brutto, di febbraio 2020 sono arrivati l’assessore Gallera e/o chi per lui e hanno pensato di ribaltare la prassi della separazione. Ed è stato il disastro. Il caso eclatante è l’ordine partito da Palazzo Lombardia, cioè dal vertice della sanità lombarda, di riaprire l’ospedale di Alzano Lombardo dopo due ore che era stato chiuso dalle autorità locali.

A pochi giorni da quei fatti non c’era più un ospedale lombardo dove fosse possibile attuare la separazione. E i focolai sono diventati incendi. Si aggiunga poi la fatidica delibera regionale dell’8 marzo che invitava le Rsa ad accogliere malati di Covid 19 anche se non in fase acuta: è la dimostrazione che la prassi della separazione non era ancora ben presente in Regione oppure che Gallera e i suoi erano precipitati nella cacca e già non sapevano più a che santo votarsi.

Come è stato possibile che il Veneto, individuato il caso 1 il giorno prima della Lombardia, abbia poi avuto un’evoluzione dell’epidemia totalmente diversa dalla tragedia lombarda? Forse perché figli della Serenissima gli amministratori veneti hanno attuato la “separazione”: chiusura immediata di Vo’ Euganeo, e tamponamento di tutta la popolazione, e chiusura degli ospedali dove il virus era già entrato.

Il comportamento della politica in quella prima fase è la base di quanto è avvenuto nei mesi successivi. Aggiungiamoci, come abbiamo già visto,  che la sanità territoriale in Lombardia è stata abbandonata a se stessa già da molto tempo e il quadro si completa.

ECCO LO STUDIO COMPLETO: COSA-E-SUCCESSO-IN-LOMBARDIA

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