“DUE ITALIE ECONOMICAMENTE DIVERSE E MORALMENTE DISEGUALI”. PAROLA DI GIUSTINO FORTUNATO.

di ROMANO BRACALINI

Una nota sentenze dice: “Chi non conosce il passato è destinato a riviverlo”. Bisogna essere consapevoli di ciò che è avvenuto, per non ripetere i medesimi errori e trarne insegnamento e ispirazione. La cultura per un partito è come la bussola per una nave: serve da orientamento, non si può andare avanti alla rinfusa.

Da oltre un secolo minoranze illuminate hanno tentato di smantellare lo stato burocratico e centralista. Non ci sono riuscite. L’Italia è passata dalla monarchia, al fascismo, alla repubblica ed è rimasta sempre la stessa.

Nel 1944, Luigi Einaudi scrisse un articolo memorabile: “Via il Prefetto”. Si doveva smantellare il centralismo romano perché  il popolo potesse governarsi da sé. Chi è il Prefetto? Un perfetto estraneo al territorio, che nessuno ha chiamato o voluto. Un alto burocrate solitamente meridionale nominato dal governo che viene a comandare in un territorio che non conosce e che ha più poteri del sindaco eletto dal popolo. È ora di riprendere la lotta per abolire questa figura anacronistica che appartiene al peggior passato.

Nel 1861 lo Stato italiano conquistò il Sud con la forza delle armi. Non fu un buon affare. Appena un quindicennio più tardi, nel 1877, per effetto della legge Cerboni che riformava l’amministrazione dello Stato, il Sud invase lo Stato con la sua burocrazia, che si sostituì alla onesta burocrazia piemontese. Non fu un buon affare.

Carlo Dossi, scrittore lombardo, testimonia che nei ministeri romani si rubava di tutto, gli impiegati portavano a casa anche gli orologi a pendolo. Da quel momento il Nord Gallo-cisalpino e il Mezzogiorno levantino entrarono in conflitto. Giustino Fortunato, liberale meridionale, colse la differenza con la famosa sentenza: “Due Italie economicamente diverse e moralmente diseguali”.

Alla fine del secolo c’erano spinte separatiste sia al Sud che al Nord. Filippo Turati, capo dei socialisti lombardi, su Critica Sociale, diceva che il cancro del Sud si sarebbe diffuso anche al Nord. Fu buon profeta. Era per la separazione netta. Non se ne fece nulla.

Nel maggio 1898 Milano proclamò lo sciopero generale per protestare contro il caro-pane. Ma il presidente del consiglio Di Rudinì, un siciliano di pelo rosso, volendo dare una lezione all’odiata Milano disse che non si trattava di una protesta sociale, ma l’inizio di una manifestazione secessionista e con l’approvazione della corte diede mano libera al generale piemontese Bava Beccaris, ansioso di passare alla storia con un gesto clamoroso e altamente “patriottico”.

Contro il popolo inerme Bava Beccaris schierò l’artiglieria e non esitò a ordinare il fuoco. I morti furono oltre un centinaio ma il governo ne ammise solo ottanta, centinaia i feriti. Bava Beccaris venne decorato dal re Umberto in persona che con quel gesto firmava la propria condanna a morte.

Per i fatti di Milano vennero arrestate non meno di ottocento persone, tra cui Filippo Turati, che venne condannato a tredici anni di carcere come istigatore della sommossa. Dopo il ’98 milanese la frattura tra i due capi della penisola divenne incolmabile. Parecchi anni dopo il Comune di Milano, con l’allora sindaco Carlo Tognoli, mise mano a un progetto per erigere un monumento alle “pallide vittime” del ’98 milanese. Non se ne fece nulla.

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