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Fiori bianchi e rossi (i colori di milano) per l’omaggio a carlo cattaneo

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 di ROMANO BRACALINI

tomba cattaneoC’erano oggi, come annunciato, una delegazione di bresciani guidata da Bruno Ferretti, già vicesindaco leghista di Castrezzato, nel bresciano, e tra i milanesi Marco Peruzzi, presidente di Terra Insubre, tutti insieme nella visita d’omaggio alla tomba di Carlo Cattaneo, al Famedio del Cimitero Monumentale di Milano nella ricorrenza delle Cinque Giornate.

Sono state rievocate dal sottoscritto le circostanze della morte del grande federalista lombardo, avvenuta a Castagnola di Lugano il 5 febbraio 1869, e come gli amici e i seguaci vollero tre mesi dopo che la salma riposasse nel Cimitero Monumentale, opera del Maciachini, inaugurato appena tre anni prima, nel 1866.

Agostino Bertani pronunciò l’orazione funebre davanti a una folla immensa e a uno schieramento impressionante di agenti di questura e carabinieri regi.

Quindici anni dopo, nel 1884,il Comune di Milano volle destinarlo alla gloria del Famedio, il Pantheon degli uomini illustri milanesi. Un cuscino di fiori bianchi e rossi (i colori di Milano) è stato deposto ai piedi del monumento funebre al termine della cerimonia.

Andando al Monumentale, e passando per Porta Volta, ho voluto ricordare che proprio lì,mezzo secolo dopo le Cinque Giornate, ossia nel maggio 1898, il generale piemontese Bava Beccaris prese a cannonate il popolo inerme che protestava per il caro pane. Carducci le definì le Cinque Giornate alla rovescia. Ben diverso era stato il comportamento del maresciallo Radetzky durante l’insurrezione popolare milanese, il quale aveva minacciato di bombardare Milano ma non lo fece. Lasciando la sera del 22 marzo 1848 il Castello alla testa delle sue truppe per ritirarsi nel Quadrilatero, Radetzky giunto a Porta Romana si voltò verso la città e pronunciò ad alta voce: ”Tornerò”. Mantenne la parola. L’esercito piemontese guidato da Carlo Alberto, dopo essere entrato nella Milano già liberata dal popolo, proseguì per il Veneto per dare battaglia agli austriaci. Ma benché superiore nel numero venne sconfitto da Radetzky a Custoza. Carlo Alberto dovette ritirarsi disordinatamente, giungendo a Milano dovette ripartire in nottata verso Torino inseguito dalle minacce e dalla ingiurie del popolo. Radetzky, alla testa delle truppe, mentre la banda suonava l’inno imperiale di Franz Joseph Haydn, detto anche “Dio serbi l’austriaco regno”, entrò in Milano nell’agosto 1848, mentre i liberaloni si toglievano la coccarda tricolore e il popolo impaurito gridava al passaggio delle truppe: “Semm minga staà nun,hin staà i sciori”. Non era vero, il popolo c’era e aveva vinto.

Cattaneo dopo un tentativo fallito di chiedere aiuto ai repubblicani francesi per  indurre la Francia a scendere in guerra contro l’Austria, scelse il volontario esilio del Canton Ticino, terra di libertà, insieme alla fedele e gentile moglie anglo-irlandese Ann Woodkok. Vivendo in ristrettezze (Cavour gli aveva revocato la pensione di insegnante), e dando un prezioso contributo al progresso culturale e civile del Canton Ticino, fondando il Liceo Cantonale di Lugano e scrivendo una modernissima riforma scolastica del Cantone, si meritò il rispetto e l’ammirazione dei ticinesi. Fu Cattaneo a intuire l’importanza del traforo del Gottardo che avrebbe messo in comunicazione Milano con l’Europa Centrale, attraverso la Svizzera, osteggiato da Cavour che voleva invece un traforo che privilegiasse gli interessi di Torino. Vinse Cattaneo che ebbe l’appoggio di tutti i Cantoni svizzeri. Quando morì gli edifici pubblici del Canton Ticino esposero la bandiera a mezz’asta nel ricordo e nel cordoglio dell’illustre cittadino, come venne salutato dalla stampa ticinese. Venne sepolto nell’abside della chiesa di San Giorgio che sorge poco sopra la casa rossa di Cattaneo, oggi trasformata in museo, con la lapide dettata dalla moglie Ann, che lo chiamava il “Socrate moderno”. Ma gli amici e i seguaci volevano che tornasse nella sua  Milano e così avvenne poco dopo fino alla gloria del Famedio. Ann mori otto mesi dopo il suo Carlo stupita di essergli sopravvissuta tanto.

Il ricordo di Carlo Cattaneo, oggi che di federalismo si parla così poco, è più vivo che mai. Oggi domenica 22 marzo, nell’anniversario delle vittoria del popolo milanese nelle Cinque Giornate, la delegazione di federalisti bresciani e milanesi ha voluto testimoniare la sua commozione e il suo affetto per un uomo integro e geniale, che scelse la solitudine e una vita di privazioni per restare fedele al suo ideale e alla bandiera della libertà che egli aveva coraggiosamente difeso senza rinunciare a nessuna delle sue idee.

Al termine del raduno non abbiamo lasciato questo luogo simbolico per noi indipendentisti senza un fremito di orgoglio e di commozione.

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