di GIUSEPPE ISIDORO VIO
Sarebbe facile adesso sparare su un uomo morto, come fanno certe canaglie codarde nei film dopo che l'avversario ha sbattuto con l'auto su di un tir ed è lì disteso moribondo e agonizzante col busto riverso sull’asfalto che sporge dalla portiera aperta. Almeno questo ridicolo personaggio, perché questo è sempre stato fin dall'inizio, ha avuto un sussulto di dignità: si è sparato in tesa (metaforicamente parlando e non come fanno per davvero i politici in Giappone) dimettendosi dall'incarico ministeriale.
Le dimissioni, in verità, assomigliano più a un gettare la spugna per tirarsi fuori dalla responsabilità di una decisione non condivisa che a una reazione di dignità dopo il compimento di un atto poco onorevole. Non sono state, infatti, immediate, ma neppure, com’è costume, solo annunciate e rapidamente ritirate o troppo tardive e accompagnate da ponderate e approfondite riflessioni, tentennamenti, retromarce, concertazioni e suggerimenti da
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