di GILBERTO ONETO
Conoscendo Maroni non ci si può aspettare da lui che concretezza e cerulea essenzialità: non è tipo da voli pindarici e svolazzi poetici, cosa che in un paese di farfalloni può anche essere un pregio. Se però si scrive un libro che vuole essere non solo un programma politico ma anche un modo per spiegarsi al mondo, si dovrebbe essere un po’ più colorati, soprattutto se il volume porta un sottotitolo come “Il sogno dei nuovi barbari”. E i sogni sono per definizione colorati, fantasiosi e appunto sognanti.
Invece nel libro “Il mio Nord” Maroni ha preferito attenersi allo stile che si è dato anche a costo di rischiare di produrre l’uguale-contrario del Sud di Agazio Loiero. Per fortuna il rischio riguarda solo lo strumento del linguaggio perché per tutto il resto – validità dei contenuti, oggetto della narrazione e spessore dell’autore – c’è un abisso che rende necessario chiedere scusa per l’accostamento. La narrazione è anche troppo
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