IL VACCINO CONTRO IL “VIRUS DELLA SPESA PUBBLICA” NON LO TROVERANNO MAI

di MATTEO CORSINI

Mentre è ragionevole prevedere che prima o poi (sperando più prima che poi) sarà disponibile un vaccino contro Covid-19, non è (ahimè) altrettanto ragionevole prevedere che arriverà un giorno in cui sarà debellato il virus che infetta coloro, e sono tanti, che vedono nella spesa pubblica in deficit la soluzione a ogni problema.

Posto che l’aumento del deficit è pressoché inevitabile, dati i sistemi che compongono il cosiddetto stato sociale che caratterizza l’Italia e tanti altri Paesi, allorquando si verifica una recessione l’idea di “fare di più” è la prima che viene in mente ai portatori del virus della spesa in deficit.

Non c’è da stupirsi, quindi, che i politici italiani invitino il governo a fare operazioni straordinarie in deficit per una quantità più o meno consistente di miliardi, anche contando sul fatto che nel 2019 il deficit è stato inferiore al previsto, ossia 1.6% anziché 2.2% del Pil. Il problema è che, al posto della sbandierata riduzione delle tasse, la pressione fiscale è aumentata dal 41.9 al 42.4% del Pil. Sarà pur vero che alcuni hanno beneficiato della impropriamente detta “flat tax” (misura peraltro destinata a non essere strutturale), ma è evidente che altri hanno pagato più di prima. E in misura più che proporzionale all’aumento del Pil.

Certamente saranno state le cosiddette rottamazioni e altre diavolerie del fisco per recuperare gettito, ma questi soldi in più sono serviti a ridurre realmente le tasse? Certo che no. E sul fronte della spesa pubblica cosa è successo? Beh, come non era difficile immaginare, è aumentata dell’1.6% rispetto al 2018, portandosi al 48.7% del Pil, nonostante una riduzione della spesa per interessi sul debito. A conferma che ogni euro in più di tasse non fa altro che essere speso. Qualsiasi sia il colore del governo pro tempore in carica.

Ancora: dopo la riduzione di 50 punti base del tasso sui Fed Funds operato il 3 marzo dalla Federal Reserve in anticipo rispetto alla programmata riunione del Federal Open Market Committe prevista il 18 marzo, operatori di mercato e governi sempre più intossicati di liquidità premono perché anche la BCE adotti ulteriori misure espansive.

Il tutto parallelamente alla richiesta di politiche fiscali espansive, che si traducono in deficit aggiuntivo. La stessa BCE da tempo auspica che gli Stati con i conti meno scassati degli altri adottino una politica fiscale espansiva, secondo uno schema tipicamente keynesiano.

Da ultimo è arrivato uno studio di economisti della BCE (che scrivono sempre a titolo personale, ci mancherebbe), che arriva a proporre di tenere in considerazione le “persistenti deviazioni dell’inflazione dall’obiettivo della banca centrale”, oltre ad adottare una “interpretazione simmetrica del limite al 60% del rapporto tra debito e Pil.”

In pratica, due scuse per cercare di prendere a prestito dal futuro altra ricchezza che prima o poi dovrà essere prelevata dalle tasche dei pagatori di tasse. In particolare, l’interpretazione simmetrica del limite del 60% nel rapporto tra debito e Pil, che fa il paio con quella altrettanto simmetrica auspicata per il target di crescita dei prezzi al consumo al 2% annuo, finirebbe per imporre a chi ha meno debito pubblico di indebitarsi di più.

E’ l’ennesima dimostrazione del fatto che contro il virus della spesa in deficit non si troverà mai un vaccino efficace, dato che il virus stesso riesce a mutare continuamente al mutare delle condizioni, e ogni emergenza gli fornisce nuova forza.

Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, dice che sono “al lavoro per il secondo decreto”. E non oso immaginare quello che verrà. Perché il vaccino contro Covid-19 prima o poi sarà disponibile, ma quello contro il virus della spesa in deficit penso proprio di no.

 

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