INDIPENDENZA VIA MAESTRA. L’AUTONOMIA SPECIALE ADESSO E’ ILLUSIONISMO

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di GIANLUCA MARCHI

catalogna1312Raccontano le cronache che il segretario federale della Lega, Matteo Salvini, sia furibondo per la decisione del governo – su proposta del ministro per gli Affari regionali, Maria Carmela Lanzetta – di impugnare davanti alla Corte Costituzionale le due leggi approvate a giugno dal Consiglio regionale del Veneto. Parliamo della 342 che prevede lo svolgimento di un referendum consultivo sull’indipendenza della regione, ma anche della 392 che in pratica intende percorrere la strada dell’autonomia speciale. Che Roma si opponesse al referendum per l’indipendenza appariva prevedibile e scontato fin dall’inizio del percorso, ma forse qualcuno ha sperato che Renzi e la sua maggioranza (sia governativa che istituzionale) aprissero uno spiraglio sull’autonomia speciale. Poveri illusi. E illuso il governatore della Lombardia, Roberto Maroni – ma forse bisognerebbe definirlo illusionista, perché sembra più votato a illudere gli altri – che ha voluto mettere in bilancio 30 milioni di euro in due anni per svolgere un referendum con cui chiedere ai lombardi se sono favorevoli o meno all’autonomia speciale della loro regione.

Come volevasi dimostrare, e come hanno sostenuto fin dall’inizio i movimenti indipendentisti veneti, a cominciare da quelli  che hanno innescato il percorso referendario, l’autonomia speciale è solo una variante subordinata destinata a confondere le acque e a depotenziare il percorso  indipendentista. Paradossalmente a spazzare via ogni equivoco in tal senso è stato lo stesso governo romano che ha chiuso ogni spiraglio in tal senso, impugnando la variante veneta dell’autonomia speciale e bocciando l’emendamento della Lega alla riforma costituzionale appena approvata in prima lettura dal Senato, emendamento che prevedeva appunto la trasformazione del Veneto in regione a statuto speciale. D’altra parte non ci si poteva attendere comportamento diverso da una maggioranza (intendiamo quella istituzionale basata sull’asse Pd-Fi con l’appendice Ncd e frattaglie varie) che ha varato una riforma dove si intende riaffermare e consolidare la supremazia dello Stato centralista rispetto agli enti territoriali, considerati solo alla stregua di vassalli. Sia quelli che in questi decenni si sono comportati male, sia quelli cosiddetti “virtuosi” perché devono solo continuare a pagare il “pizzo” di partecipazione all’Italia.

La logica diceva che sarebbe andata così e fare gli indignati adesso appare come un ulteriore modo per confondere le persone (parlo di elettori) e illuderle su una via percorribile verso l’autonomia speciale. Svegliatevi gente: questa strada non esiste, perché essa prevede un voto a maggioranza qualificata del Parlamento romano, cosa del tutto improbabile da parte di Camere a trazione centro-medionale che mai e poi mai potranno votare per qualcosa che, indirettamente, farebbe saltare l’equilibrio su cui si è retto finora lo Stato italico. E’ come se il Parlamento di Madrid, per fare un esempio  che dovrebbe chiarire le idee a qualcuno, decidesse di tagliarsi “los cojones”  approvando le richieste più spinte di autonomia che provengono dai catalani e dai baschi. Non lo farà mai, perché decreterebbe la fine della Spagna così come la conosciamo. E lo stesso vale per Roma e per l’Italia: si può sopportare e reggere un Sud Tirolo a un grado avanzato di autonomia, ma non il Veneto e meno ancora la Lombardia con il loro peso economico e fiscale.

E’ proprio in questa impossibilità a mollare da parte dello stato centralista che, di contro, prende forza l’ipotesi indipendentista. Perché una volta che una comunità si è espressa, anche a livello consultivo, per la propria indipendenza dallo Stato di cui fa parte, lì si apre inevitabilmente un negoziato fra stato e comunità territoriale. Negoziato destinato, a seconda delle volontà e delle scelte di ciascuno, a condurre alla nascita di un nuovo stato o all’ottenimento di un superiore livello di autonomia, se così dovesse risultare appagata la comunità territoriale. E ciò anche se tutto dovesse partire da un referendum consultivo: perché se un popolo si esprime per la propria indipendenza, quel voto nel momento stesso in cui avviene  diventa un atto politico sostanziale. Basta studiarsi il cammino dei catalanisti moderati (CiU guidata ora da Artur Mas) per capire che, dopo trent’anni o quasi di trattative con Madrid per aumentare il grado di autonomia della Catalogna (che pure hanno ottenuto risultati ben distanti dal nulla padano), sono stati costretti ad abbracciare con decisione la causa indipendentista per non essere spazzati via dagli stessi cittadini catalani che li hanno sempre sostenuti e che comunque oggi come oggi assegnano maggior credibilità agli indipendentisti repubblicani di sinistra (Erc). E’ così che nasce il braccio di ferro con Madrid per il referendum previsto il prossimo 9 novembre.

La Lega, dunque, più che agitarsi e indignarsi, dovrebbe dare un senso definitivo alla sua battaglia e smettere di confondere le acque. Al momento l’unica strada credibile appare quella annunciata dal governatore Luca Zaia che, dopo l’impugnatura governativa, ha annunciato l’intenzione di resistere contro Roma per consentire ai veneti di votare sul loro futuro.

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