di PAOLO MATHLOUTHI I nomi dei luoghi sono quelli che maggiormente patiscono l’ingiuria del tempo e le violenze della Storia. Imperi tramontano, rivoluzioni vengono tradite, regimi cadono e la geografia, quella umana come quella dello spirito, muta per celebrare i fasti dei padroni del momento. San Pietroburgo, la perla affacciata sul Baltico voluta da Pietro il Grande perché fosse il ponte gettato dalla Russia verso l’Europa, dopo il 1917 fu ribattezzata dapprima Leningrado e poi Stalingrado, a maggior gloria ed imperituro ricordo dei demiurghi dell’Ottobre rosso. Oggi, dissipatisi i corruschi bagliori del realismo socialista, l’antica capitale russa è tornata ad avere il suo antico nome e la cripta della Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo ospita di nuovo le spoglie dell’ultimo Zar. L’Italia, assai più goffa e prosaica nelle sue levantine manifestazioni, non è stata però seconda a nessuno nella pedagogica ferocia con la quale si è accanita sul passato: vie e piazze ornate dai gioielli dell’architettura razionalista eretti durante il Fascismo sono intitolate ora…















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