LEGA: RAGIONARE E DIBATTERE, LA POSSIBILE ARMA DELLA SEGRETERIA SALVINI

oneto cartinadi GILBERTO ONETO

Sono passate alcune settimane da quando un terzetto di nevrili indipendentisti ha deciso di uccidere L’Indipendenza.com e da allora sono successe molte cose interessanti sulle quali si dovrà riannodare il filo di un ragionamento coerente con le nostre idee. Il primo e più importante di questi avvenimenti è sicuramente il risultato delle elezioni europee da cui si possono leggere alcuni segnali principali: la gente non ne può più e non va a votare, i grillini hanno il fiato corto e la bisaccia vuota di idee sensate, la destra è allo sfascio, e resistono solo il centro-sinistra e la Lega. Sul patetico “tener duro” dei  vetero-comunisti non serve perdere troppo tempo. Una sinistra sempre più dorotea riesce a incantare un sacco di frastornati solo con concioni alla Vanna Marchi e promesse alla Achille Lauro: idee poche e confuse, buoni propositi da boy scouts e tanta fumisteria. Resta la Lega che deve a Salvini il miracolo dell’uscita dal coma e da un sicuro destino di estinzione che in tanti avevano preconizzato. Chi lo ha fatto Segretario gli ha lasciato un’eredità di devastazione, un buco economico e di credibilità, una classe dirigente da bocciofila e gli ha messo in mano il cerino tirandosi da parte. Contro ogni previsione faziosa la Lega è rimasta in piedi e – nel generale fuggi fuggi dalle urne – è riuscita addirittura a recuperare un po’ di voti dalle politiche dello scorso anno. Poca roba, ma una enormità  rispetto alle prospettive e – soprattutto – davanti alla catastrofe che ha colpito tutti gli altri. La cosa non ha stupito chi conosce davvero il mondo autonomista: la Lega si è negli ultimi dieci anni mangiata larga parte del patrimonio di credibilità ma resta il solo consistente riferimento di una larga fetta di popolazione che in Padania cerca liberismo, giustizia, autonomia, federalismo, libertà e indipendenza. La Lega male rappresenta – lo si è ripetuto fino alla nausea  – questo mondo ma non c’è altro e – soprattutto – i più responsabili si rendono conto che la scomparsa della Lega significherebbe in questo momento l’accantonamento dell’indipendentismo per un periodo così lungo da abbattere ogni speranza.  Salvini ha saputo dare una immagine di vitalità e di vigore, ha sfruttato al meglio la (insufficiente) opera di pulizia interna e ha rispolverato parole d’ordine che da tempo non si sentivano pronunciare dalle parti di Bellerio. Ha dovuto anche accettare alcuni compromessi, come la convivenza  con alcuni scomodi cadregosauri e talune parole d’ordine (come il “No Euro”) che hanno avuto forte impatto elettorale ma che non mostrano di “tenere”  davanti a talune prove ideologiche. È  azzeccata anche la scelta dell’avventura referendaria che lo ha costretto a mescolare un po’ di buon grano autonomista con un po’ di loglio populista. Tutto va bene per superare il pericolo di estinzione e le rapide che si devono attraversare ma che c’è sicuramente  bisogno di aggiustamenti per una navigazione sicura verso obiettivi coerenti.

Cosa, come padanisti, ci si deve auspicare  che Salvini faccia?  Le cose che si ripetono da sempre: 1) ripulire davvero il partito da “italianissimi”, cadregari e incapaci; 2) riprendere con vigore a spiegare alla gente i vantaggi dell’indipendenza; 3) supportare energicamente tutte le iniziative indipendentiste come il referendum veneto; 4) implementare cultura e informazione e 5) starsene scrupolosamente alla larga da vecchie alleanze e da sodalizi maleodoranti.

Deve poi anche stare attento  ai numeri, soprattutto a quelli delle ultime elezioni che, al di là di una generica attribuzione di vittoria alla Lega, raccontano anche un’altra storia: quella di una crescita (e decrescita) diseguale sul territorio, con aree nelle quali il partito ha ripreso consenso e altre nelle quali lo ha perso. È in questo senso illuminante osservare una cartina delle province padane  che evidenzia la crescita e il calo di voti fra il 2013 e il 2014. In rosso sono le province in cui la Lega ha perso, non in percentuale ma in numeri assoluti, quelli che davvero contano. I tre toni indicano dove ha perso fino al 10% del voto delle politiche, fra il 10 e il 30% e più del 30%. A Bolzano la coalizione con i Freihetlichen  ha preso il 77,36% in meno della somma dei due partiti nel 2013: gli alleati hanno di fatto disertato le urne.  In quattro diverse tonalità di verde sono le province dove i numeri sono cresciuti: fino al 30% in più, dal 30 al 50%, dal 50 al 100% e sopra il 100% (Savona, La Spezia, Massa e Pesaro). Ad occhio sembra che abbia ceduto lo “zoccolo duro” indipendentista e che siano cresciute le aree più marginali.  È sicuramente essenziale riuscire ad analizzare questa dinamica: una prima veloce valutazione potrebbe collegarla con la sordina messa sulle tematiche indipendentiste a vantaggio di quelle anti-europeiste che hanno un appeal molto tiepido fra i “duri e puri” della padanità. Ma anche su questo si deve ragionare e dibattere.  Ecco, proprio la scelta di ragionare e dibattere potrebbe essere l’arma vincente del nuovo corso salviniano.

 


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