L’IMBARAZZANTE COMPLESSO D’INFERIORITÀ DEI PADANI, ANCHE NELL’USO DELLA LINGUA

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RUGGERI-CAPPUCCIOdi GIANFRANCESCO RUGGERI

I padani sono evidentemente una razza inferiore ed hanno quindi in un’epoca buonista come l’attuale lo sfortunatissimo ruolo di rappresentare l’eccezione che conferma la regola: tutti sono uguali e fratelli, tutto è degno e rispettabile, eccezion fatta per quei quattro baluba autoctoni che ancora ballonzolano nella valle del Po e dintorni.

Della rapina epocale che stiamo subendo si è già detto più volte, così oggi lasciatemi mettere da parte per un attimo i soldi e concedetemi di far quattro chiacchiere sull’identità ed in particolare su lingua e “dialetti”, la prima nobile per definizione, gli altri da buttare per costrizione italica. Questo luogo comune condiziona ancor oggi molti di noi, anche ferventi indipendentisti sono titubanti ad utilizzare la loro maderlengua specie in pubblico, specie fuori dai confini della loro piccola patria, in fin dei conti rimane sempre il dubbio che l’i-tagliano sia superiore, inarrivabile, imbattibile e chi più ne ha più ne metta. Ma è davvero così? Per capirlo dobbiamo fare l’esempio del “cornetto”, un nome che prima di tutto è un dilemma!

Per anni ed anni, raccontando l’andamento dell’inflazione, ho sentito i telegiornali far l’esempio del costo del “cappuccio con cornetto a Roma”, per anni mi sono chiesto che cavolo fosse il cornetto che a Roma puciano (padanismo che un buon i-tagliano non dovrebbe usare) nel cappuccino. Poi ho avuto una professoressa romana, non mi sono più posto domande, ma ho spesso rinunciato a capire cosa dicesse, sarà per questo che di frequente mi urlava: “Aooooh, ma ce sei o ce fai?” Ed io non capivo neppure quello, una volta devo averle persino chiesto “ma ci sono o ci faccio cosa?” Ancora oggi ringrazio Dio che mi ha dato due genitori che quando me lo meritavo mi dicevano semplicemente “bambo” e “scemo” senza tanti inutili giri di parole! Che bella la semplicità padana, ma torniamo al cornetto, che non è la misteriosa entità che i romani puciano nel cappuccino, bensì la verdura che i padani fanno bollire e che poi condiscono con olio e sale.

RUGGERI-ANGURIAOvviamente in i-tagliano corretto, come non si dovrebbe usare il verbo puciare, così non si dovrebbe utilizzare neppure il termine cornetti, che deriva dal padano cornèt, bensì il più nobile fagiolini! Ma da dove giunge queste nobile termine i-tagliano degno di soppiantare il nostrano cornetto vegetale e tramutarlo in una dolce entità puciabile?

Come saprete tutti Dante è considerato il padre della bella favella i-tagliana, in realtà molti meno sanno che l’i-tagliano che utilizziamo oggi non è certamente il fiorentino trecentesco parlato da Dante, bensì il fiorentino dell’800 rivisto e corretto dal Manzoni che non ha caso andò a sciacquare i panni in Arno. Come ci ricorda Natalia Ginzburg ne “La Famiglia Manzoni” nel 1827 in viaggio tra Livorno e Firenze il nostro Alessandro scopre il vero nome dei cornetti e lo impone prima alla famiglia cui scrive subito una lettera e poi all’i-taglia intera, ma lasciamo che sia il libro della Ginzburg a spiegare l’evento.

“Durante il viaggio essendosi fermato in una trattoria a pranzare gli furono servite certe erbe che in Lombardia si chiamano cornetti: «Ond’io volto al cameriere con piglio garbato e studiandomi di non tartagliare (Manzoni tartagliava) chiesi: di che è quel piatto? Non come uno che ignori come la cosa si chiami, ma come uno che non sa che cosa la sia. Fagiolini signore, mi rispose l’accademico dal tovagliolo sotto il braccio…».

Purtroppo la vicenda non è ironica, Manzoni non sta scherzando, non si sta divertendo alle spalle del cameriere, queste indicazioni vengono raccolte sul campo e poi spedite alla famiglia affinchè mutino il loro milanessimo modo di parlare ed utilizzino i “veri vocaboli italiani” e la famiglia si adegua, sappiamo ad esempio che la seconda moglie di Manzoni raccoglie queste indicazioni in modo tanto meticoloso da redigersi un personale vocabolarietto milanese – italiano.

Ci sarebbe di che ridere per ore se non fosse che questo breve passo ci testimonia l’imbarazzante complesso di inferiorità che colpisce i padani, prova ne sia che il letterato di successo padano si considera linguisticamente una nullità anche solo al cospetto di un semplice cameriere d’osteria non padano e come uno scolaretto docile chiede con piglio garbato, cerca di non balbettare e per timore di far brutta figura non chiede in modo schietto come si chiamano in toscano i cornetti, ma finge di non conoscerli del tutto.

Questo estratto però ci dimostra anche come la presunta superiorità dell’i-tagliano e la presunta meschinità delle nostre maderlengue non abbia fondamento alcuno: perché non devo chiamarli cornetti come la mia gente ha sempre fatto per secoli? Perché devo chiamarli fagiolini? Giusto perchè lo diceva un cameriere in una bettola qualsiasi? Ma scherziamo?

Rendiamoci conto che non dobbiamo soffrire di alcun complesso di inferiorità, altrimenti si finisce per considerare il primo cameriere che passa un accademico dal tovagliolo sottobraccio! Padania libera… anche dal cornetto puciabile nel cappuccio!

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