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Milei contro i “prenditori”: quando il libero mercato rompe i privilegi di Stato

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di LEONARDO FACCO

Nel dibattito politico argentino, che ha cambiato registro da quando è apparso l’attuale presidente sulla scena pubblica, una delle parole più rivelatrici èempresaurios“: un neologismo che fonde empresarios e dinosaurios, usato per indicare quegli imprenditori che non competono sul mercato ma prosperano grazie a protezioni, sussidi, licenze e relazioni privilegiate con il potere politico. In Italia li definisco senza troppi giri di parole “prenditori“. È proprio contro questa categoria che, come confermato dal professor Juan Ramón Rallo, si colloca una delle rotture più significative del governo di Javier Milei.

Rallo – in un suo dettagliato video su Youtubericorda come il liberalismo classico e libertario non sia mai stato una difesa dei ricchi in quanto tali, ma una rappresenti, viceversa, una critica radicale a chi accumula ricchezza parassitando la collettività attraverso lo Stato. Da Adam Smith in poi, il liberalismo nasce infatti come reazione al mercantilismo: un sistema che, in nome dell’«interesse nazionale», arricchiva imprenditori ben connessi al potere tramite regolazioni, monopoli legali, controlli dei prezzi e sussidi. Il risultato era sempre lo stesso: pochi privilegiati più ricchi, popolazione più povera.

L’episodio analizzato da Rallo è emblematico. Un consorzio privato che investe in Argentina, Southern Energy, ha scelto di acquistare tubi d’acciaio per un grande gasdotto da un’azienda indiana, Wellspoon, scartando il principale produttore siderurgico argentino, Techint*. Il motivo è semplice e “brutalmente capitalista”, afferma Rallo: l’offerta straniera era di circa il 40% più economica. In qualsiasi altro governo argentino, spiega Rallo, l’esito sarebbe stato scontato: pressioni politiche, obblighi legali o ricatti indiretti per imporre l’acquisto “patriottico”, anche a costo di gonfiare i prezzi, che avrebbero avuto conseguenze negative sui consumatori.

Il governo Milei ha fatto l’opposto: ha difeso apertamente la libertà commerciale del consorzio privato, celebrando la scelta più efficiente dal punto di vista economico. Non per antipatia verso l’industria argentina, ma per un principio di fondo: se un’impresa è obbligata a comprare da un fornitore nazionale più caro, quel sovrapprezzo non lo paga l’imprenditore “patriottardo”, bensì l’intera comunità dei consumatori. Prezzi più alti per le infrastrutture significano energia più cara, minore competitività per le imprese, meno potere d’acquisto per famiglie e lavoratori.

Rallo insiste su un punto spesso ignorato nel dibattito pubblico: l’effetto dinamico dei privilegi. Proteggere un fornitore nazionale dalla concorrenza internazionale elimina qualsiasi incentivo a ridurre i costi o innovare. Nel tempo, il privilegio si trasforma in rendita permanente, mentre l’economia nel suo complesso si impoverisce. È questo il meccanismo che alimenta gli “empresaurios”: imprenditori – ergo prenditori – che si proclamano difensori dell’industria nazionale ma che, in realtà, vivono meglio quanto più il resto del paese paga di più.

Da qui la conclusione politica di Rallo: la retorica peronista secondo cui si difende “il popolo contro i ricchi” si rovescia nei fatti. Sotto quel modello, il popolo si impoverisce e i grandi gruppi protetti prosperano. Al contrario, Milei viene accusato di governare “per i ricchi”, ma sono proprio i grandi imprenditori abituati ai favori statali a lamentarsi, perché non sono più protetti.

Il criterio liberale-libertario è netto: il problema non è la ricchezza, ma come viene ottenuta. Se nasce da scambi volontari e creazione di valore, va difesa. Se nasce da coercizione, privilegi e connivenze politiche, va combattuta. In questo senso, conclude Rallo, le politiche di Milei non rappresentano una difesa degli imprenditori di Stato, ma un ritorno alla tradizione liberale che smaschera i “prenditori” e restituisce centralità al mercato, alla concorrenza e, in ultima analisi, ai consumatori.

*Il proprietario di Techint, in Argentina, è la famiglia Rocca. la stessa che è proprietaria della “Dalmine” in Italia.

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