PUTIN, I PIEDI ROSSI, GLI UOMINI VERDI E L’EURASIA

Donetskdi SERGIO SALVI

Putin è impegnato da tempo nella creazione di una Eurasia in fondo non troppo diversa da quella che abbiamo visto auspicata messianicamente da Dugin, il fasciocomunista cui spesso si ispira quello che molti chiamano il nuovo zar. Putin non ha, ovviamente, letto Haushofer, ma ha ereditato dall’impero zarista e dall’Unione sovietica un paese che dall’Europa si estende considerevolmente nel continente asiatico. Putin cerca, “patriotticamente”, di ricostruirlo. Ha messo a punto una prima unione politico-economico-doganale tra Russia, Bielorussia e Kasakstan, che tenta di estendere a tutte le repubbliche ex-sovietiche, ma trova ostacoli interni ed esterni che rallentano la sua azione. È comunque un ecumenista convinto. Fino al 2008 ha mantenuto perfino qualche relazione militare con la NATO, ereditata dalla Russia di Gorbačëv.

Guarda con interesse anche a quei paesi, dalla Finlandia alla Bulgaria alla Mongolia alla Cina, da lui ritenuti, bontà sua, «legati culturalmente e storicamente alla Russia» e guarda con attenzione perfino al resto di Europa, intessendo rapporti al momento prevalentemente economici coi paesi dell’Unione Europea e stringendone soprattutto con la Germania, tutt’altro che sorda al richiamo degli affari (e consolida una “fraterna” amicizia col nostro Berlusconi). Ha dichiarato di vedere in futuro «una Eurasia come comunità armoniosa che vada da Lisbona a Vladivostok». Del resto, aderisce, almeno a parole, ai principi della democrazia formale di matrice occidentale. Coi fatti, comunque, se ne discosta parecchio.

L’Eurasia di Dugin è più vasta e va «da Dublino a Vladivostok»: non rinuncia dunque alle isole britanniche, considerate da Haushofer come facenti parte della grande periferia marittima del globo, saldamene ancorata all’America.

Al momento, piuttosto ancorata all’America appare infatti anche l’Unione Europea e questo preoccupa Putin. È indubbio, infatti, che l’America desidera mantenere, con tutti i mezzi, l’attuale egemonia su tutti o quasi i paesi del mondo, ottenuta dopo l’implosione dell’URSS e la conseguente riduzione della Russia a potenza marginale. Vuole addirittura ampliarla. La Russia vuole invece riconquistare il ruolo perduto. L’America vi si oppone cercando di insinuarsi nel residuo spazio presidiato da Mosca: che a sua volta risponde col suo progetto eurasiatico e cerca di rendere pan per focaccia.

Chi fa le spese di questa diatriba geopolitica, è l’Ucraína che, a partire dall’indipendenza acquisita nel 1991, è rimasta in bilico tra una dipendenza secolare dalla Russia e un’apertura al mondo occidentale che appare conveniente, perlomeno in alcuni settori, alla sua classe dirigente. I suoi governi hanno costantemente tenuto il piede in due staffe, per ottenere il massimo dei vantaggi possibili da entrambe le parti, senza mai compromettersi troppo. Ha comunque sempre rifiutato di entrare in qualsiasi unione eurasiatica.

Alla vigilia della firma di un accordo relativo a una vaghissima “associazione” con l’Unione Europea, la Russia, assai preoccupata, riesce però a convincerla a fare marcia indietro. Ciò provoca in Ucraína la rivolta popolare di piazza Maidan e la deposizione del corrotto presidente Janukovič considerato troppo smaccatamente filorusso anche dagli oligarchi locali che lo avevano sostenuto e portato al potere.

Il 22 febbraio, il parlamento ucraino, sulla spinta della piazza, chiede ufficialmente a Janukovič di rassegnare le dimissioni. Il giorno dopo, nomina al suo posto un nuovo presidente, Turčynov. Quando, il 1° marzo, Janukovič chiede “assistenza” alla Russia di Putin, non è più il presidente legittimo dell’Ucraina. Secondo il diritto internazionale, per quanto esso valga, anche l’annessione della Crimea, appena compiuta, è da considerarsi illegittima. Si legga in proposito quanto afferma Leonardo Bellodi (La legge del più forte), su “Limes”, 4 aprile 2014, con minuziose argomentazioni.

Non si è trattato dunque di un «golpe fascista», anche se la “vittoria” popolare ucraina deve molto all’efficienza di piazza di alcuni gruppi paramilitari di destra anche estrema, ma lontanissimi da ogni ispirazione nazionalboscevica o eurasiatica. Meno “fascisti” di Putin, si potrebbe dire (magari, un po’ più “nazisti”).

putinLa massa di manovra di Putin, nella riconquista dello spazio ex-sovietico, è costituita da 20.000.000 di “piedi rossi”. Chi sono i “piedi rossi”? Similmente ai “piedi neri”, che erano i francesi trapiantati da Parigi in Algeria, i “piedi rossi” sono i russi che Mosca ha disseminato in meno di due secoli sul territorio delle posteriori quattordici repubbliche non russe dell’URSS al fine di alterarne la composizione etnica, aumentando progressivamente, al loro interno, con il regime sovietico, il numero e il potere burocratico e politico di questi intrusi. Esemplare in tal senso è la situazione nella povera Ucraina (soprattutto nelle sue regioni orientali e meridionali).

Il successo della “rivolta” di piazza Maidan preoccupa un certo numero di “piedi rossi” di Ucraina che hanno paura di perdere privilegi fino allora garantiti loro da Kiev. È su una minorité agissante di questi coloni, vecchi e nuovi, che Putin basa la propria sollecita offensiva, in Crimea e nel Donbas, con l’appoggio mascherato ma determinante di parte delle sue truppe (e dei suoi carri armati), privati nell’occasione dei contrassegni abituali eppure onnipresenti (i cosiddetti “uomini verdi”: il verde è il colore delle uniformi militari). L’organizzazione è da lui affidata al alcuni suoi “inviati speciali”.

Nonostante l’impegno profuso e la preparazione accurata avvenuta di là dal confine, in realtà, la secessione ha successo soltanto a Donec’k e a Luhans’k, nei due capoluoghi e in parte dei loro oblasti. L’Ucraina è divisa in 24 oblasti, di cui soltanto nove sono a maggioranza russofona (10 con la Crimea). La secessione ha successo soltanto in poco più della metà dell’oblast di Luhans’k e in meno della metà di quello di Donec’k. Dopo alcune fallite sommosse locali (Harkiv e Odesa), gli altri oblasti russofoni si acquietano. I loro abitanti accettano di rimanere in Ucraina, accontentandosi di alcune garanzie in senso autonomistico che sembravano essere state abolite da Kiev. Quando i secessionisti attaccano la città portuale di Mariupil, nell’oblast di Donec’k, ne vengono addirittura cacciati dagli operai russofoni delle fabbriche: russofoni sì, ma non russofili e, tutto sommato. contenti di rimanere degli ucraini “speciali”, tutelati linguisticamente ed economicamente secondo le promesse che Kiev ha fatto in extremis ai loro padroni, alcuni oligarchi celebri nel tenere i piedi in due staffe, che ora temono la concorrenza degli oligarchi russi protetti da Putin su di un territorio che considerano loro esclusivo terreno di caccia.

Un modello di “proconsole” putiniano è la figura di Sergej Aksënov, nato nella repubblica moldava ma russo di origine e di cuore. Da giovanissimo ha organizzato la minoranza russa nel suo paese natale. È emigrato poi, con la famiglia, nel 1989 in Crimea, dove si è legato alla criminalità organizzata locale (esiste un preciso dossier giudiziario in proposito) senza rinunciare a una militanza appassionata nel movimento russofilo crimeano. Con l’aiuto nemmeno tanto segreto di Mosca, si trova a capo di questo movimento, quando Putin decide di annettersi la penisola. Aksënov chiama subito come proprio consulente operativo tale Aleksandr Borodaj, di cui parleremo fra poco. La secessione armata crimeana ha prodotto, come si sa, un referendum-farsa e elezioni-lampo che hanno dato luogo a un parlamento-fantoccio il quale ha votato l’annessione immediata della Crimea alla Russia. Aksënov è diventato il capo del governo locale.

Borodaj, il “consigliere” di Aksënov, si definisce dal canto suo «consulente professionale nel settore dei conflitti etnici». Russo, nato e residente a Mosca, è legato al FSB (ultima incarnazione del KGB). Non appena sbrigato il suo compito in Crimea, corre nel Donbas dove organizza la secessione negli oblasti di Donec’k e di Luhans’k ponendosi alla testa dei “piedi rossi” locali più esagitati e degli “uomini verdi” giunti nel frattempo a rinforzarli. Ha, anche questa volta, successo. Diventa il capo del governo secessionista di Donec’k, lui che è un moscovita verace e ha visto il Donbas soltanto come turista in anni ormai lontani.

Ed eccoci ad un altro micidiale “commesso viaggiatore della secessione” dell’Ucraina orientale per conto di Putin: Igor Strelkov, anche lui moscovita, colonnello del FSB in pensione dal 2012. Ha competenze militari ed è esperto di guerriglia. Ha operato come tale in Transnistria, in Cecenia, in Daghestan (e perfino in Bosnia), ovviamente sempre a fianco dei “piedi rossi” locali e dei loro supporters d’oltre confine. Appena giunto nel Donbas su invito formale di Borodaj è nominato comandante in capo delle “truppe” della neonata repubblica secessionista di Donec’k. Quattro giorni dopo viene promosso ministro della difesa. Strelkov si dimostra efficiente e spietato. Anche troppo.

Putin, a questo punto, si accorge di essersi spinto, anche se di nascosto, oltre il consentito e non vuole più offrire argomenti, per lui controproducenti, agli americani e agli europei, che hanno sollecitamente condannato la sua politica espansionista, a partire dalla Crimea, e allestito contromisure mortificanti per il suo paese. Fa dimettere allora Strelkov (irrimediabilmente russo metropolitano) da ogni incarico ufficiale a Donec’k, anche se questo suo brillante emissario resta in loco con funzioni ufficiose ma reali di controllore per conto di Mosca.

Tre giorni dopo, Putin fa dimettere anche Borodaj il quale lascia il suo incarico prestigioso a un autentico russofono del Donbas, anche se di remote origini ucraine, considerato espressione della popolazione locale, Aleksandr Zacharčenko, da lui addestrato con cura, il quale può fornire un alibi utile a Putin, che si è autoproclamato “protettore” umanitario di tutti i russi che vivono nei territori dell’ex-URSS, e quindi anche di quelli vessati dalla “dittatura fascista” di Kiev (la definizione è sua), al potere nel dopo-Maidan.

Putin accusa infatti, a piena gola, di fascismo gli autori della rivolta ucraina di piazza Maidan e si appella (ovviamente a vanvera, come abbiamo visto) al diritto internazionale e al principio di autodeterminazione dei popoli per giustificare la sua politica annessionista, richiamando anche l’esperienza sovietica che, come si sa, non è stata in proposito proprio un esempio di coerenza. I secessionisti del Donbas, dal canto loro, si richiamano spudoratamente alle piccole repubbliche bolsceviche indipendenti sorte nel Donbas negli anni venti quale conseguenza della rivoluzione di ottobre, ne assumono perfino le insegne (caricate però dell’aquila imperiale russa) ma rivelano presto la loro reale adesione agli ideali della destra estrema approvando, il 14 maggio 2014 (due giorni dopo la proclamazione dell’“indipendenza”) la nuova costituzione-lampo della sedicente Repubblica Popolare di Donec’k.

Questa costituzione afferma all’art. 6.5 che «le autorità politiche della repubblica devono rispettare i tradizionali valori religiosi, sociali e culturali del mondo russo»; all’art. 9.2 che «la fede professata dalla chiesa ortodossa russa-patriarcato di Mosca è religione di stato»; gli articoli 3 e 12.2 proibiscono enfaticamente l’aborto; l’art. 31.3 «vieta l’unione perversa tra persone dello stesso sesso» (anche Putin è impegnato nel varo di una legislazione omofoba da imporre in Russia). Crediamo che basti.

RUSSIMosca intensifica la sua campagna di diffamazione dei combattenti ucraini che cercano di riconquistare con poco successo quelle parti del Donbas preda ormai stabile dei ribelli, corroborati e armati dagli infiltrati russi. Secessionisti e “regolari” si macchiano entrambi di crimini mostruosi. Secondo Putin, le truppe ucraine sono composte di neonazisti dichiarati, da additare al disprezzo internazionale. Putin presenta all’Assemblea generale dell’ONU una mozione di condanna del “riaffiorare” del nazismo nel mondo, quale appare dalla rivalutazione postuma della sua ideologia e dalla negazione dei crimini di guerra da esso perpetrati. Tutto ciò in funzione chiaramente anti-ucraina (ma Dugin, dove lo mette?). Il 21 novembre 2014, la mozione viene approvata a maggioranza. Votano però contro: gli USA, il Canada e l’Ucraína; si astengono 55 paesi tra i quali, al completo, i membri dell’Unione Europea. Il successo quantitativo è un insuccesso dal punto di vista politico. In pratica, soltanto i paesi africani e Israele hanno abboccato.

Dugin, che nel frattempo ha perso la propria cattedra universitaria per troppa disinvoltura, appoggia ora con fervore l’offensiva russa in Ucraina, anche se critica la titubanza di Putin, a cui chiede di marciare su Kiev senza perdere tempo. Afferma, a scanso di equivoci: «Difendo Putin perché dichiara a realizza obbiettivi e idee che sono essenzialmente miei». Presenta personalmente queste “sue” idee in varie città nel Donbas e perfino in Lombardia, ospite della Lega Nord guidata dall’“antifascista” Salvini, suo ammiratore. Ma gli ucraini, popolo parlamento e governo, sono davvero così “nazifascisti” come li definisce Putin?

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