di PAOLO MATHLOUTHI Dire che Robert Erwin Howard è uno scrittore di razza potrà forse sembrare a qualcuno un’espressione abusata, perfino sgradevole. Eppure, mai come nel caso del bardo di Peaster essa coglie nel segno. Il tema, spinoso e politicamente scorrettissimo, della consapevolezza etnica è infatti la chiave di volta della sua vastissima e multiforme produzione letteraria. Noto al grande pubblico soprattutto per il personaggio di Conan, granitico guerriero barbarico che all’inizio dei tempi si batte contro le forze del Caos e della dissoluzione, la breve esistenza dello scrittore texano, morto suicida a soli trent’anni, pare come segnata dall’ossessione dell’imminente epicedio delle stirpi indoeuropee ad opera di popolazioni allogene, forme di vita inevolute, dedite a culti osceni e perversi, manifestazioni plastiche di una materialità elementare, brutale e animalesca, dinnanzi alle quali l’uomo bianco, colpevole di aver smarrito, in favore della Civiltà, lo slancio vitale delle origini, sembra inevitabilmente destinato a soccombere. Questo il motivo portante di The Last White Man, racconto del 1920 pubblicato in…















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