di PAOLO MATHLOUTHI
Buon sangue non mente. Ogni volta che un film di Quentin Tarantino compare nelle sale le polemiche lo accompagnano come Argo seguiva Ulisse, infuriando sui mezzi d'informazione per intere settimane e “Django unchained”, ultima impresa del genio maledetto del pulp movie, puntualmente, non ha deluso le attese. A dar fuoco alle polveri della diatriba, questa volta, ci ha pensato Spike Lee, icona liberal del cinema americano, incontrastato detentore della palma del politicamente corretto, che con il suo “Malcom X” aveva portato sugli schermi Denzel Washington nei panni del leader nero, ergendosi a cantore del “black power” e del riconoscimento dei diritti civili delle minoranze in un'America dilaniata, allora come oggi, dalle tensioni razziali, con buona pace di Obama. La colpa di Tarantino, a suo dire, consisterebbe nell'aver irriso beffardamente la piaga dello schiavismo, scegliendo di rivisitare con i toni grevi dello spaghetti western una pagina cos
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