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Tolkien fra evola, sprengler e le anarchie del novecento

Da leggere

di DIEGO GABUTTI Accanto al Signore degli Anelli – minaccioso come un cattivo pensiero, di fronte bassa come un orchetto – c’è un romanzo secondo, e di gran lunga più fantasy del primo: la saga infinita delle interpretazioni tolkieniane che si sono accumulate via via, col tempo e le ristampe. Anche per questo Tolkien è uno scrittore sorprendente: ha il dono bizzarro, anzi il tocco elfico, di chi racconta una favola diversa a ogni suo lettore, e non una favola qualsiasi, ma esattamente la favola che ciascuno vuole sentire, quella che più somiglia ai suoi appetiti. Tolkien, scrittore fantastico, evidente¬mente incita i suoi lettori a fantasticare. Sono tentazioni irresi¬stibili e infatti mai nessuno ha rinunciato a raccontare una favola o due sul conto del vecchio favoliere. Negli anni sessanta, per cominciare, al tempo del Power Flower e dell’erbapipa da fumare nel chilum comprato per pochi spiccioli in qualche bazaar afghano o nepalese, Tolkien andò per esempio
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