VALCAMONICA, VOGLIA DI AUTOGOVERNO PENSANDO ALLA SERENISSIMA

Valcamonica_fisicadi REDAZIONE

Terra di autonomie e campanilismi, la Val Camonica esprime da sempre forti pulsioni all’autogoverno, pur dovendosi assoggettare agli appetiti di potentati forestieri, agevolati dalle lotte di fazione. Emblema dell’irredentismo camuno è la ribellione del 1289 al dominio del vescovo di Brescia; la fiammata della rivolta preparò il passaggio della Valle nell’orbita viscontea. Dopo un secolo di predominio milanese si stabilì una solida egemonia veneziana. Epoca felice, quella della Serenissima, per la valorizzazione delle vicinie, modello partecipato di gestione delle comunità locali. Se mai vi fu un’epoca d’oro delle autonomie, essa s’inverò all’ombra del Leone di San Marco.

Dopo le convulse alternanze dell’influenza francese (il bonapartismo accentratore chiuse le vicinie) e dell’inserimento nel Lombardo Veneto, l’annessione al Regno d’Italia, emerse un ceto politico autoctono d’ascendenza liberal-massonica, con i deputati Cuzzetti, Carganico, Sigismondi e Taglierini. Seguì – per dissidi intestini – la fase dei «papi stranieri»: il trentino Baratieri (la cui carriera politico-militare finì nel 1896 a Adua) e il lonatese Castiglioni. Le divisioni dell’aristocrazia brenese tra filo-bresciani e filo-bergamaschi partorirono i progetti contrapposti della tramvia Lovere-Cividate e della ferrovia Brescia-Edolo: la sorda rivalità allontanò la realizzazione delle infrastrutture, mentre l’industrializzazione imponeva decisioni sollecite. Nel primo sessantennio postbellico il Mandamento di Breno (denominazione amministrativa della Valcamonica) era sede di sottoprefettura e del Tribunale, ma nella prima metà del Novecento i margini di autonomia si ridussero al lumicino.

Dopo la grande guerra viene liquidata la sottoprefettura e chiuso il tribunale. Il fascismo abroga l’elettività di consigli comunali e sindaci, accorpando nel 1927 i comuni, asserviti a podestà di nomina prefettizia. La cappa liberticida suscita ribellioni quali l’invasione del municipio di Valsaviore (con sede a Cevo), da parte dei savioresi che nel maggio 1928 si riprendono i loro incarti d’archivio: la sedizione è repressa con 65 arresti. Finita la guerra, risorgono nella vallata (e nell’intera provincia) i disciolti comuni: la ritrovata autonomia esprime e concretizza la riconquistata libertà. Nel fervido clima della ricostruzione nascono nel 1953 Comunità Montana (ente di programmazione) e Bacino Imbrifero Montano (percettore dei sovracanoni versati dalle società idroelettriche), che nel bene e nel male gestiranno il comprensorio distribuendo contributi a pioggia, per accontentare un po’ tutti, trascurando la tutela del territorio, preda di selvagge speculazioni edilizie. Il resto, è storia dei nostri giorni.

Col fallimento dell’arruffato federalismo leghista-berlusconiano si è gettato il bambino con l’acqua sporca e le comunità montane sono in via di smantellamento, senza un reale decollo delle Unioni di comuni: in Val Camonica ne sono sorte 7, limitate alla condivisione di taluni servizi (dal segretario comunale al trasporto alunni), senza imboccare convintamente la strada della fusione. A spargere il sale sulle rovine dell’autonomismo, l’Azienda sanitaria locale camuna (divenuta Agenzia di tutela della salute) è ora accorpata a quella di Sondrio. Una sfida alla geografia e alle plurisecolari tradizioni che mai rapportarono la vallata bresciana con l’area sondriese. All’eutanasia delle provincie si vuol rispondere con ardite ingegnerie istituzionali (dai «cantoni» all’anacronistica provincia camuna), abborracciate e di corto respiro, più consone alla moltiplicazione delle poltrone che alla fattiva capacità di rispondere alle concrete esigenze degli odierni camuni. Mala tempora currunt…

TRATTO DA IL CORRIERE DELLA SERA

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