di LUIGI CORTINOVIS
Una volta, l’invidia era classificata tra i sette peccati capitali: corrosiva dell’anima, causa di malanimo, mormorazioni e ingiustizie. Oggi, in un tragico ribaltamento morale, essa viene esaltata come “giustizia sociale”. Lo notava acutamente Thomas Sowell, economista afroamericano tra i più lucidi e coraggiosi critici del pensiero progressista: “L’invidia era uno dei sette peccati capitali prima di diventare una delle virtù più ammirate con il nome di giustizia sociale”.
A denunciarne le radici antropologiche fu già nel 1966 Helmut Schoeck, sociologo austriaco, con un’opera fondamentale e spesso ignorata: Invidia e società. In essa, Schoeck sosteneva che l’invidia è una delle emozioni umane più universali, ma anche una delle più pericolose: “l’odio per il successo altrui” che si traveste da moralismo, spingendo alla punizione del merito piuttosto che all’emulazione virtuosa.
Invidia e redistribuzione: il travestimento et