di ARTURO DOILO
La promessa di Javier Milei di “chiudere la Banca Centrale” è stata una delle affermazioni più dirompenti della sua campagna elettorale, come ha scritto il nostro direttore due giorni fa. Oggi, quella promessa non è stata mantenuta. Il governo ha invece scelto una strada diversa: riformare profondamente lo statuto della Banca Centrale della Repubblica Argentina (BCRA), limitandone drasticamente i poteri di finanziare la spesa pubblica e concentrandone il mandato sulla stabilità monetaria. Secondo l’economista spagnolo Juan Ramón Rallo, si tratta di una riforma importante e certamente positiva. Ma non rappresenta ancora quella svolta definitiva che Milei aveva inizialmente prospettato.
Il punto di partenza dell’analisi di Rallo è semplice. Per decenni la Banca Centrale argentina non ha svolto il ruolo tipico di un’autorità monetaria indipendente. È stata piuttosto uno strumento del potere politico, utilizzato per finanziare i deficit pubblici attraverso la creazione di moneta. In altre parole, quando il Tesoro spendeva più di quanto incassasse, il BCRA interveniva stampando pesos. Il risultato è noto: inflazione cronica, perdita di potere d’acquisto della moneta e continue crisi valutarie.
Uno dei bersagli della riforma riguarda l’articolo 3 dello statuto della Banca Centrale. La modifica introdotta nel 2012 dal governo di Cristina Fernández de Kirchner attribuiva al BCRA una pluralità di obiettivi: non soltanto la stabilità monetaria, ma anche la promozione dello sviluppo economico, dell’occupazione e dell’equità sociale. Per Rallo questo rappresenta un errore di fondo. Una banca centrale dispone di un solo vero strumento: la politica monetaria. Pretendere che possa contemporaneamente controllare l’inflazione, favorire la crescita economica e ridurre le disuguaglianze significa assegnarle compiti incompatibili. L’economista utilizza un esempio molto efficace per spiegarlo: «È come chiedere a un medico di curare le malattie e contemporaneamente eliminare la fame nel mondo». Il medico possiede gli strumenti per curare i pazienti, ma non quelli per risolvere ogni problema dell’umanità. Allo stesso modo, la banca centrale può preservare il valore della moneta, ma non creare sviluppo economico stampando denaro.
La proposta di Milei consiste quindi nel restringere il mandato della Banca Centrale. La sua missione dovrebbe essere una soltanto: preservare il valore della moneta e combattere l’inflazione. Secondo Rallo questa impostazione è perfettamente coerente con quanto avviene nelle principali economie avanzate. La stessa Banca Centrale Europea, ricorda l’economista, ha come obiettivo prioritario la stabilità dei prezzi (che comunque appare impossibile secondo gli economisti austriaci). Non le viene chiesto di finanziare la spesa pubblica o di perseguire finalità redistributive.
Ancora più importante appare la modifica dell’articolo 20 del vecchio statuto. La normativa vigente autorizza infatti la Banca Centrale a concedere anticipazioni al Tesoro, cioè a finanziare direttamente il governo attraverso emissione monetaria entro determinati limiti quantitativi. È proprio questo meccanismo, osserva Rallo, ad aver trasformato per anni il BCRA in una semplice estensione del Ministero dell’Economia. Quando il governo spende troppo, la banca centrale stampa moneta. Quando aumenta la quantità di moneta, cresce l’inflazione e a pagare il conto sono tutti i cittadini attraverso quella che Rallo definisce, richiamando un’espressione ormai classica, una vera e propria “tassa inflazionistica”.
La riforma proposta da Milei vieterebbe invece qualsiasi forma di finanziamento diretto del Tesoro. Secondo l’economista spagnolo gli effetti benefici sarebbero molteplici. Innanzitutto si ridurrebbe il rischio che futuri governi tornino a utilizzare la stampa di moneta come scorciatoia per finanziare la spesa pubblica. In secondo luogo verrebbero rafforzate le aspettative degli investitori. Quando cittadini e mercati credono che la banca centrale difenderà davvero il valore della moneta, l’inflazione tende naturalmente a diminuire anche grazie a un cambiamento delle aspettative.
Qui emerge, però, il punto più interessante della sua analisi. Pur definendo la riforma “una buona idea”, Rallo ritiene che essa non elimini il problema alla radice. Lo statuto della Banca Centrale è infatti una semplice legge ordinaria e, così come il governo Milei oggi può modificarla, domani un eventuale governo peronista potrebbe ripristinare integralmente le vecchie norme. È già successo nel 2012 e potrebbe succedere ancora.
Rallo introduce un’espressione ormai diffusa tra molti analisti argentini: il “rischio Kuka”, cioè il rischio di un ritorno del kirchnerismo al governo. Secondo lui questo rischio continua a pesare sulle aspettative degli investitori. Esattamente come i titoli di Stato argentini incorporano un premio per il rischio legato all’eventualità di un futuro default, anche il peso continua a incorporare il rischio che un nuovo governo possa tornare a finanziare il deficit stampando moneta. La riforma riduce questo rischio, ma non lo elimina!
È proprio qui che Rallo richiama la promessa originaria di Milei: chiudere la Banca Centrale. Dal suo punto di vista, soltanto eliminando completamente l’istituzione sarebbe possibile impedire definitivamente il ritorno delle politiche inflazionistiche. Una banca centrale può sempre essere riformata, può sempre cambiare statuto, può sempre tornare a monetizzare il debito pubblico. Se invece l’istituzione venisse abolita, ricostruirla richiederebbe una scelta politica molto più complessa e costosa.
Rallo riconosce comunque che la decisione di Milei potrebbe derivare da considerazioni pragmatiche. Forse il presidente non dispone dei numeri parlamentari necessari e, forse, ritiene che una riforma graduale sia oggi politicamente più realistica. Qualunque sia la ragione, il risultato è un compromesso. La Banca Centrale continuerà a esistere, ma con poteri molto più limitati e con una missione molto più chiara.
L’analisi di Juan Ramón Rallo si conclude con un giudizio equilibrato. La riforma della Carta Organica del Banco Central rappresenta indubbiamente un miglioramento rispetto all’assetto vigente. Limitare la possibilità di finanziare il Tesoro e concentrare il mandato sulla stabilità monetaria significa ridurre le probabilità che l’Argentina ricada nelle spirali inflazionistiche che hanno caratterizzato gran parte della sua storia recente. Ma, dal punto di vista libertario dell’economista spagnolo, questo non basta. Finché esisterà una banca centrale dotata del potere di creare moneta e finché le sue regole potranno essere modificate da una futura maggioranza politica, resterà sempre aperta la possibilità di un ritorno alle vecchie pratiche. Per questo, conclude Rallo, la riforma è un progresso significativo, ma non rappresenta ancora quel cambiamento radicale che Milei aveva promesso agli elettori: un Banco Central più disciplinato è preferibile a quello del passato, ma, nella sua prospettiva, la soluzione definitiva rimane la sua abolizione.

