Se il dissenso è equiparato al tradimento, la libertà lascia il posto all’autoritarismo

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di ARTURO DOILO

In una democrazia autentica, criticare il governo non dovrebbe mai essere considerato un atto di slealtà. È questo il messaggio centrale dell’editoriale pubblicato dal Rutherford Institute e scritto da John & Nisha Whitehead. La libertà di dissentire rappresenta uno dei pilastri fondamentali di ogni società libera e non può essere sacrificata sull’altare della sicurezza, del patriottismo o della convenienza politica.

Gli autori osservano come, negli Stati Uniti (ma a mio personale parere non solo lì), il dissenso – anche quando è più che civile – venga sempre più spesso dipinto come estremismo. Chi critica il presidente, le politiche migratorie, l’apparato di sorveglianza, la guerra o gli abusi del potere rischia di essere etichettato come antiamericano, sovversivo o addirittura pericoloso. Un clima che, secondo l’articolo, alimenta l’autocensura e rafforza lo Stato anziché i cittadini. Il richiamo è alla tradizione costituzionale americana. La Rivoluzione del 1776 nacque proprio dalla contestazione del potere britannico, mentre il Primo Emendamento fu concepito per garantire ai cittadini il diritto di denunciare gli abusi del governo senza timore di rappresaglie. Trasformare la critica in un segnale di slealtà significa quindi tradire lo spirito stesso della Costituzione.

John & Nisha Whitehead ricordano, inoltre, che nessuna amministrazione è immune dalla tentazione di zittire gli oppositori. E’ una storia che viene da lontano… Da John Adams fino ai presidenti contemporanei, repubblicani e democratici hanno spesso ampliato i poteri dello Stato in nome della sicurezza nazionale, della lotta al terrorismo o della difesa dell’ordine pubblico. Il problema, sostengono gli autori, non è il singolo leader, ma la naturale tendenza del potere a espandersi e a limitare le libertà civili.

Per chi è libertario, è necessario stare in guardia da un fenomeno sempre più evidente: la progressiva trasformazione dello Stato in un apparato permanente di sorveglianza. Tecnologie di controllo, raccolta massiccia di dati personali e strumenti investigativi sempre più invasivi rischiano di alterare il rapporto tra cittadini e istituzioni, invertendo il principio sul quale si fondano le democrazie liberali. Non dovrebbero essere i cittadini a vivere sotto costante osservazione dello Stato, ma il potere pubblico a rimanere costantemente sotto il controllo dei cittadini. Gli autori ricordano che la storia dimostra come le libertà vengano raramente soppresse in un solo colpo. Più spesso vengono erose lentamente, attraverso piccole limitazioni giustificate da emergenze, crisi o presunte esigenze di sicurezza. Ogni nuova restrizione può apparire ragionevole se considerata isolatamente, ma l’effetto cumulativo rischia di ridurre progressivamente lo spazio del dissenso e della critica.

La conclusione degli autori è netta: il vero patriottismo non consiste nell’obbedire ciecamente al governo, bensì nel vigilare affinché esso rispetti la legge e i diritti individuali. Una democrazia vive soltanto finché i governati possono criticare liberamente i governanti. Quando il dissenso viene equiparato al tradimento, la libertà comincia a lasciare il posto all’autoritarismo. Come ricordano gli autori, un governo che teme le critiche non è necessariamente un governo forte: spesso è semplicemente un potere che ha smesso di tollerare il controllo da parte dei cittadini, dimenticando che, nelle società libere, la sovranità appartiene sempre al popolo e mai a chi governa.

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