di LEONARDO FACCO
Nel fervente dibattito che anima il mondo editoriale, si fa strada una narrazione seducente e pericolosa. Quella che dipinge l’Intelligenza Artificiale non come uno strumento, ma come il nuovo, inevitabile complice dell’artista. Si sostiene che resistere a questa integrazione sia un atto di straordinaria purezza, paragonabile a un atleta che rifiuta nuovi metodi di allenamento laddove tutti i suoi avversari ne fanno uso. Questa analogia, tuttavia, non solo è fallace, ma nasconde un malinteso fondamentale sulla natura stessa della creazione artistica.
L’errore di prospettiva sta nel considerare l’essenza di un prodotto editoriale – sia esso un romanzo, un saggio, una poesia – come un semplice risultato, un artefatto il cui valore si misura sulla perfezione formale o sull’efficienza produttiva. Se questo fosse vero, l’argomentazione reggerebbe: in una gara a chi produce l’oggetto più lucido e tecnicamente impeccabile, l’AI sarebbe pressoché imbattibile. Ma la letteratura, e l’arte in generale, non è una gara di ingegneria. È un dialogo complesso e profondo tra l’interiorità di un essere umano e il mondo esterno, di cui l’Intelligenza Artificiale rappresenta il più grande ed efficiente archivio.
Accettare l’AI come co-autore o come potenziatore creativo significa avvalersi della collaborazione di un maestro della sintesi, di un abile imitatore di stili, di un generatore infinito di variazioni su un tema, tema che però l’autore deve conoscere. Anche se l’Ai è programmata per apprendere, ciò che non è, e non potrà mai essere, è un soggetto che vive, che ha un’anima, che prova emozioni. Non può conoscere il peso di una perdita, il brivido di un’illuminazione, l’eco di una memoria d’infanzia. Non può scrivere dal di dentro, ma solo dal di fuori, assemblando pezzi di un’esperienza che non le appartiene.
Il dibattito sta uscendo, soprattutto, da quegli intellettuali (la maggior parte dei quali da ascrivere alla categoria dei parassiti parastatali) che siedono nelle giurie dei premi letterari. Ora, ciò che costui, in qualità di giudice, deve fare non è affidarsi a un algoritmo per valutare se un’opera è stata scritta con l’utilizzo di una “Intelligenza linguistica”. Il suo compito non è decompilare un testo come se fosse un codice, ma coglierne l’anima, valutarne i contenuti, percepire il messaggio che esso attiva nel tessuto culturale e umano. Compito che richiede sensibilità, non calcolo.
Personalmente non credo che l’idea che il “bravo scrittore sarà chi userà meglio l’AI” sia sbagliata. Avere un’idea, pensare ad un soggetto, saper scrivere prompt dettagliati e curati, non significa rinunciare al viaggio più importante per uno scrittore, ovvero trasformare il deserto di una pagina bianca in un’opera che interessa, emoziona, descrive, racconta. Lo scrittore che si ostina a fare il “purista” non è uno sconfitto, è semplicemente – per usare la metafora di cui sopra – un atleta che decide di correre a piedi nudi e senza far uso di nuove tecniche di allenamento contro Usaim Bolt.
L’idea che l’autore (o l’artista) vero – “puro” – sia chi non usa l’AI, siano l’ultimo baluardo della creatività umana è – a mio personale parere – un tragico malinteso. Non è l’assenza di tecnologia a garantire l’autenticità di un’opera, ma la presenza di un’esperienza vissuta e trasmessa con onestà intellettuale. La vera arte non risiede nel rifiuto degli strumenti, ma nella capacità di usarli – o non usarli – per servire una intuizione e una visione autentiche.
Per qualcuno, in sintesi, abbracciare l’Intelligenza Artificiale come partner creativo non è un passo avanti, ma una resa. Personalmente non sono affatto d’accordo. L’unicità dello scrittore (la sua esperienza, il suo stile, le sue conoscenze, ecc.) è la condizione “sine qua non” l’apporto dell’AI possa garantire una produzione originale e interessante. La creatività umana è precede l’Intelligenza Artificiale. Un idiota che farà uso dell’Intelligenza Artificiale produrrà qualcosa che dimostrerà semplicemente di essere l’autore di un’idiozia al cubo!

