DIFENDO IL DIRITTO DI DISCRIMINARE DEI COMUNISTI E ANCHE DI SALVINI

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vauro-salvinidi LEONARDO FACCO

“Difendere l’indifendibile” è il bellissimo titolo di un libro di Walter Block, del quale da poco è uscito un secondo volume, con la prefazione di Ron Paul. Difendere l’indifendibile significa, soprattutto, difendere con rigore i principi coerentemente liberali, anche quando per farlo è necessario prendere le parti di persone o attori di mercato che moralmente disprezziamo.

Fatta la premessa, vengo al dunque: oggi mi tocca difendere Matteo Salvini. Due sono le ragioni per cui prendo le sue parti:

Ecco la prima, tratta dal giornale di Sicilia: “Anche in Puglia, per iniziativa di Alternativa comunista, è partita la campagna, che sta creando molta discussione sui social network, contro il razzismo leghista che chiede ai piccoli commercianti di affiggere una locandina». Lo annuncia il coordinatore pugliese del partito, Michele Rizzi. «Non possono entrare» – afferma in una nota – questo è lo slogan che pian piano si sta estendendo in tutta la regione dopo una campagna informativa avviata da qualche settimana. La Puglia è una Regione tra le più turistiche d’Italia e la parola d’ordine è quella di limitarne l’accesso ai leghisti che del razzismo hanno fatto la loro parola d’ordine. Non vogliamo i loro soldi. Non vogliamo il loro razzismo”. In sintesi: i comunisti pugliesi hanno distribuito una locandina ai negozianti con sopra scritto che lì i leghisti non possono entrare.

La seconda, la prendo da Agorà, talk show di Rai 3, in cui Vauro – interpellato dalla conduttrice – si rifiuta di parlare con il leader della Lega Nord, dicendo che lui è un buonista, radical-chic, democratico e, siccome non viene pagato con soldi pubblici si può permettere il lusso di non interloquire con un individuo che lui disprezza moralmente, in quanto istigatore di odio, razzista e fascista. Il resto, lo potete ascoltare cliccando sul video qui sotto.

Esposti i fatti di cronaca, fatta la premessa, vengo alle ragioni per cui, oggi, mi tocca stare con Salvini, come già in passato sono stato con Alessandro Sallusti, per i quali provo una stima pari a zero.

Partiamo dai comunisti pugliesi. Essi hanno deciso di discriminare i leghisti per le solite, in vero patetiche, ragioni. Ma prendiamole per buone. Beh, non si capisce la ragione, però, per cui un barese qualsiasi possa lasciar fuori dalla porta un simpatizzante del Carroccio, mentre se un leghista decide di fare la stessa cosa con un islamico o un meridionale o un comunista, le ire del falso-perbenismo italico organizzato debba stigmatizzare la loro scelta. Eh no! Il doppiopesismo comunista ha veramente superato ogni limite ormai. Discriminare è un diritto? Sì lo è, perché significa scegliere, come spiega, in un articolo di qualche tempo fa, Alberto Mingardi: “Proprio come abbiamo il diritto di non comperare un bene in un negozio, allo stesso modo il negoziante ha diritto di non venderci la sua merce, se lo ritiene opportuno. C’è chi rifiuta di bere Pepsi e c’è chi affigge nel proprio ristorante targhe tipo «Si richiede un abbigliamento decoroso». Sarebbe ingiusto infilare un tubo in gola ad uno che si rifiuta di bere Pepsi per ingozzarlo con l’odiata cola, come sarebbe ingiusto imporre a Gualtiero Marchesi di servire persone che entrano nel suo locale in canottiera ed infradito. Dunque, dov’è la giustizia nell’imporre a qualcuno di assumere nella propria impresa persone non volute? Se un datore di lavoro non intende assumere persone perché nere, bianche, femmine, gay, musulmane o zoroastriane, ha il diritto di farlo. Assumere una persona significa acquistarne tempo, manodopera e intelletto, ma se abbiamo detto che si ha il diritto di acquistare solo ciò che si vuole, allora dov’è la differenza tra acquistare un bene non voluto ed assumere una persona non desiderata? Nessuna. Ovviamente qui non si fa apologia del razzismo, del sessismo o dell’intolleranza religiosa, atteggiamenti che personalmente trovo non solo idioti, ma spesso antieconomici. Soprattutto queste sono tutte questioni che si possono risolvere con la libertà di contrattazione. Il mio intento è solo quello di ribadire che ognuno ha diritto ad operare le proprie scelte ed il dovere di assumersi la responsabilità delle conseguenze che queste comportano. Essere contrari a questo principio significa essere favorevoli all’associazione forzata e l’associazione forzata tra individui assomiglia molto alla prigione. Un’immagine, quest’ultima, che decisamente non si abbina a quella della tolleranza e della fratellanza universale con cui gli “antidiscriminatori” di professione amano riempirsi la bocca”. Capito Michele Rizzi?

Veniamo a Vauro Senesi. Intanto, vale quanto scritto appena sopra. Inoltre, a questo signore  dalla memoria corta – talmente ridicolo da essere ancora orgogliosamente filo-castrista e Cheguevariano, ovvero fan di due criminali razzisti ed omofobi come pochi nella storia – andrebbe ricordato che non può un giorno inneggiare alla democrazia e il giorno dopo non accettare di confrontarsi con una persona, Salvini, che della democrazia è uno dei “frutti più maturi”. Non solo. Vauro, adesso, si vanta del fatto che non è pagato con soldi pubblici, ma dimentica che per anni ha lavorato al Manifesto, che di denari dei contribuenti ha fatto incetta. Infine, Vauro definisce Salvini un istigatore di odio. Potrei anche convenire, ma non se detto da lui, che con le sue vignette ha istigato, e istiga odio, da sempre, basti pensare al trattamento che ha dedicato a Ratzinger (e ai cattolici) o a Berlusconi (e ai forzitaliani)! Qualcuno ha detto al “panda comunista”, il cucciolo preferito del fu maoista Santoro, che l’ideologia di cui si fa interprete (lui che blatera di “solidarietà per gli altri esseri umani”) odia talmente l’uomo da aver massacrato 100 e passa di milioni di persone, nel nome dell’uguaglianza, nel solo Secolo breve? 

Trovo stomachevoli i comportamenti da epuratori di queste macchiette giacobine della partitocrazia come Rizzi e Vauro. Anche perché, “a fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro, che ti epura”, come ammoniva il socialista Pietro Nenni.

 

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