di ROMANO BRACALINI
La Grande Guerra fu l’occasione che la monarchia cercava per mettere alla prova la forza e l’unità del paese; i retori nazionalisti, per nobilitarne gli scopi e le ambizioni, la presentarono come “quarta guerra di indipendenza”. In realtà fu una guerra d’aggressione e di conquista, cominciata per la liberazione delle terre irredente di Trento e Trieste e conclusasi con l’occupazione del Tirolo austriaco e della Dalmazia slava.
L’Austria era nostra alleata e avrebbe ceduto gli ultimi territori italiani che ancora occupava senza colpo ferire. Ma la guerra non poteva essere evitata perché rientrava nelle ambizioni di una nazione che nell’imminente carneficina vedeva l’occasione di essere ammessa nel club esclusivo delle grandi potenze e perché vedeva in essa il solo modo di unire gli italiani, se non da vivi almeno da morti. Nel tributo di sangue e di sacrificio Nord e Sud si sarebbero finalmente sentiti uniti. Alberto Moravia scriverà, in
E’ pacifico che l’Italia non diventerà mai una nazione.
Troppo grandi sono le differenze culturali e linguistiche dei popoli che la compongono.
Ricordo che uno dei pochi( Giovanni Falcone ) che hanno sacrificato la vita per cercare di raddrizzare la baracca , ha scritto nel suo libro “Cose di cosa nostra” : “la mafia è nel nostro DNA”.
Chiarendo che per NOSTRO non intendeva l’intera Italia.
Si conferma che lo stato italiota è e rimarrà uno stato senza diventare mai una nazione ed i suoi abitanti: una somma di popoli costretti, da farabutti, a stare insieme ma ciò non costituisce il popolo italiano.
Ipocrisia, conformismo nazional-patriottici.
Il solito italiume filogovernativo e paraculo.
L’ignoranza del popolo di sudditi, la malafede storica delle scuole.
Un bugliolone in cui tutti rimestano appassionatamente.