I keynesiani insistono: sappiamo trasformare le pietre in pane

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di MATTEO CORSINI Quasi tutti gli economisti sentono l’irresistibile tentazione di proporre ricette per risolvere (a parole) i problemi dell’Italia. Quasi sempre si tratta di versioni di keynesismo. Pierluigi Ciocca, per esempio, elenca “sette sviluppi nella politica economica e istituzionale, interna ed europea: eventi che contemporaneamente sostengano la domanda globale, consentano e promuovano la produttività”. Non intendo passarli tutti in rassegna, limitandomi a elencarli. Si va dall’azzeramento del deficit tramite spending review e lotta all’evasione fiscale, ai sempreverdi investimenti pubblici, con tanto di reiterazione di richiesta di scorporarli dal computo del deficit. Come da ritornello keynesiano: “Gli investimenti in infrastrutture costituiscono l’unica misura di bilancio capace di sostenere tanto la domanda quanto la produttività. Caduti a meno del 2% del Pil (da 54 miliardi nel 2009 a 33 lo scorso anno), sono da riportare a oltre il 3% del Pi
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