IL CAPITALISMO CREA ABBONDANZA! LO STATO NON HA CONTRIBUITO AL PROGRESSO

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cornucopia1di GUGLIELMO PIOMBINI

Il mercato produce felicità, lo Stato genera angosce

Nel 1994 il giornalista francese Guy Sorman chiese a Milton Friedman se esisteva una relazione tra il capitalismo, il progresso e la felicità umana. Io e mia moglie Rose – rispose l’economista americano – veniamo da un mondo in cui non esistevano il telefono e l’automobile, gli antibiotici erano sconosciuti, la medicina era balbuziente, il frigorifero e la lavatrice erano allo stato di prototipi, il computer era impensabile. Tutte queste conquiste della modernità, che hanno oggettivamente migliorato le nostre esistenze, a cominciare da quelle più modeste, sono l’opera di imprenditori capitalisti. Solo il capitalismo è all’origine della creazione di questi oggetti e della loro diffusione popolare. È stato il capitalismo a generare una vita più piacevole, delle condizioni di lavoro più accettabili, dei trasporti più confortevoli, un ambiente meno inquinato. Anche nel prossimo secolo il capitalismo sarà il motore del progresso. «Che cosa ha prodotto lo Stato di equivalente? In che cosa ha contribuito al progresso? Cosa ha fatto lo Stato che il capitalismo non avrebbe potuto fare da solo?», lo incalzò Sorman. Poco o nulla, rispose Friedman. Lo Stato non ha dato nessun contributo al progresso, e tuttavia la sua presa sulla società non ha cessato di crescere, gli sforzi della sua burocrazia per reprimere lo spirito d’impresa non si allentano mai.

Perché allora, malgrado il progresso generato dal capitalismo, non siamo più felici rispetto a sessant’anni fa? Se le società sviluppate provano delle angosce collettive che ignoravano quando erano più povere, la responsabilità è soprattutto dello Stato. Innanzitutto, spiega Friedman, la diffusione della criminalità è in larga parte una conseguenza del proibizionismo sulle droghe, proprio come la criminalità degli anni Venti era esplosa a causa del proibizionismo sull’alcool. La seconda malattia sociale causata dallo Stato è l’apparizione di una vasta classe parassitaria mantenuta dallo Stato, bloccata nella sua condizione, che si riproduce generazione dopo generazione. Questa underclass non esisteva prima che venissero introdotti i programmi statali di “guerra alla povertà”. L’assistenza sociale è diventata una dipendenza, una sorta di prigione mentale dalla quale i poveri non riescono a uscire. In terzo luogo, la disoccupazione è causata dallo Stato: se non esistessero il salario minimo legale e le gravose tasse sul lavoro, tutti troverebbero un impiego, particolarmente i giovani senza qualifiche. Infine, anche la diffusione dei ghetti e del degrado urbano, sconosciuta negli anni Venti, è colpa dello Stato. Il controllo degli affitti nelle grandi città dissuade infatti i proprietari dal mantenere gli immobili in buono stato di conservazione, e non incentiva gli affittuari che non pagano mai a rispettare un patrimonio che sembra quasi abbandonato [1].

Si scatena la produttività umana

Ma quand’è che il capitalismo ha cominciato a cambiare il mondo? Nel corso del Medioevo si verificò una “rivoluzione commerciale”, favorita dall’assenza di un soffocante potere politico centralizzato [2]. Si trattò di uno straordinario fenomeno di crescita endogena che permise all’Europa di surclassare, in pochi secoli, tutte le altre civiltà mondiali. Fu però solo verso la fine del ‘700 che, prima in Inghilterra poi negli Stati Uniti e in altri paesi occidentali, si manifestarono le migliori condizioni culturali e politiche per l’affermazione del capitalismo. Si diffuse infatti una nuova mentalità favorevole ai valori borghesi, alle attività imprenditoriali e mercantili, all’idea che “essere produttivi sia una cosa buona” [3]; sul piano politico «Tra il 1750 e il 1880 il rispetto dei governi occidentali per l’autonomia della sfera economica divenne di fatto un’ideologia … Le tasse nei periodi di pace erano poche e la circolazione monetaria relativamente stabile» [4].

Da quando la Rivoluzione industriale entrò a pieno regime intorno al 1820, scrive il professor Angus Maddison nella sua immensa raccolta statistica riguardante la crescita economia mondiale negli ultimi mille anni, il prodotto totale dei sedici paesi capitalistici avanzati è aumentato di 70 volte, la popolazione di 5 volte, il prodotto pro-capite di 14 volte e il consumo pro-capite di quasi 10 volte. Le ore lavorative annuali sono adesso quasi la metà di allora, mentre l’attesa di vita è raddoppiata [5]. Niente forse rende meglio l’idea della spettacolare cesura storica innescata dalla rivoluzione capitalistica del suo grafico sul pil mondiale pro-capite.

INFLAZIONE

La storia ha smentito i no global

Nei primissimi anni del XXI secolo i nemici ideologici del capitalismo, dopo aver trascorso gli anni ’90 a leccarsi le ferite dopo la fine ingloriosa del comunismo, aprirono un nuovo fronte di lotta contro la “globalizzazione” dell’economia che aveva preso piede in quel decennio. Fu un profluvio di libri, saggi, articoli, manifestazioni, proteste di piazze che denunciavano lo sfruttamento, l’impoverimento, la disoccupazione, la disuguaglianza, la distruzione dell’ambiente e la distruzione delle culture locali che l’espansione del libero mercato su scala globale avrebbe portato in tutto il mondo. Gli avvenimenti successivi hanno però smentito le tesi dei no-global in maniera completa e definitiva.

Proprio gli ultimi 25 anni, durante i quali miliardi di persone sono entrate per la prima volta nel mercato globale, sono stati i migliori della storia per paesi più poveri. Il pil pro-capite medio globale, ricorda sempre Maddison, è esploso da 467 dollari del 1990 ai 7614 del 2008, al netto dell’inflazione. A dispetto del notevole aumento della popolazione, cresciuta di due miliardi dal 1990 al 2015 [da 5,3 a 7,3 miliardi], il numero di coloro che vivono sotto la soglia di povertà [fissata convenzionalmente a 1,25 dollari al giorno] si è pressoché dimezzata, dal 40 al 20 per cento della popolazione mondiale, e continua a scendere. I contestatori della globalizzazione economica avevano dunque torto su tutta la linea.

Le figuracce degli eco-catastrofisti

riscaldamento-globale-largeC’è un secondo gruppo di anticapitalisti irriducibili che è stato sbugiardato dalla storia degli ultimi decenni: i neo-malthusiani e gli eco-allarmisti come Paul Ehrlich, Lester Brown, il Worldwatch Institute o il Club di Roma. Gli studi di Julian Simon [6], Stephen Moore [7], Bjorn Lomborg [8], Indur Goklany [9], Matt Ridley [10] e numerosi altri hanno messo in luce quello che le statistiche dicevano da tempo: che la salute del pianeta, secondo tutti gli indicatori, non è mai stata migliore di oggi, e che proprio il capitalismo, la proprietà privata e la globalizzazione hanno giocato un ruolo chiave nella conservazione dell’ambiente e nell’accresciuta disponibilità delle risorse naturali. La celebre scommessa sulla disponibilità delle risorse naturali che nel 1990 Julian Simon vinse contro l’eco-catastrofista Paul Ehrlich rimane l’episodio più emblematico della disfatta dell’ambientalismo radicale [11].

Al riguardo, il medico e statistico svedese Hans Rosling ha scritto uno dei più ambiziosi manuali di medicina di sempre, nel quale esamina le condizioni sanitarie di tutti gli abitanti del pianeta [12]. Per compiere le ricerche necessarie alla stesura di questo libro Rosling si è inoltrato negli immensi archivi delle Nazioni Unite e ha raccolto tonnellate di dati che nessuno aveva mai avuto la possibilità di analizzare in maniera sistematica. Ha poi messo a punto un software per comunicare al pubblico in maniera chiara ed efficace le informazioni ottenute. Grazie a questo nuovo metodo di visualizzazione è riuscito a trasformare alcuni dei segreti meglio custoditi al mondo in una presentazione strabiliante. I suoi video spettacolari che illustrano gli incredibili miglioramenti delle condizioni di vita dell’umanità dalla rivoluzione industriale a oggi dovrebbero essere visti da chiunque voglia affrontare con cognizione di causa questi temi, a partire da papa Bergoglio [13]. 

La lugubre visione degli economisti classici

Gli economisti classici inglesi, in particolare David Ricardo, Thomas Malthus e John Stuart Mill, erano molto pessimisti sul futuro dello sviluppo economico, e non credevano che la rivoluzione industriale potesse durare all’infinito. Pensavano che prima o poi l’economia avrebbe raggiunto uno stadio stazionario; le terre, le miniere e le altre risorse avrebbero dato rendimenti decrescenti e poi si sarebbero esaurite; la crescita della popolazione avrebbe annullato tutti gli effetti della maggiore produttività, e i salari non avrebbero potuto innalzarsi di molto sopra il livello di sussistenza per la grande massa delle persone. Con le loro lugubri visioni, questi autori fecero guadagnare all’economia il poco lusinghiero appellativo di “triste scienza, ma dimostrarono una completa mancanza di immaginazione: vivevano l’alba del più spettacolare progresso che la storia avesse mai conosciuto, ma davanti a loro non vedevano altro che il ristagno permanente.

L’idea che tutte le occasioni di profitto si sarebbero progressivamente esaurite fino a raggiungere uno stato di equilibrio stazionario vicino allo zero era completamente sbagliata. Gli imprenditori, infatti, possono sempre continuare a guadagnare profitti sopra la media se riescono ad anticipare prima dei concorrenti i cambiamenti nelle preferenze dei consumatori; se riescono a introdurre in anticipo dei prodotti nuovi o migliori; se riescono a scoprire dei modi per ridurre i costi di produzione prima dei loro rivali. Sotto la pressione della concorrenza gli imprenditori continuano a investire per migliorare gli strumenti e i metodi di produzione. Il ciclo prosegue all’infinito verso livelli sempre maggiori di efficienza.

In questo modo il capitalismo migliora costantemente il tenore di vita delle persone. Innanzitutto, man mano che aumenta il capitale investito, i lavoratori diventano sempre più specializzati e produttivi, e anche i loro salari aumentano. Nello stesso tempo, con l’aumento della produzione si verifica un calo continuo dei prezzi dei beni, che accresce silenziosamente il potere d’acquisto dei salari, quando la moneta non è inflazionata; in terzo luogo, la riduzione dei prezzi aumenta il valore dei risparmi accumulati.

La deflazione capitalista ci rende sempre più ricchi

Nel capitalismo il calo costante dei prezzi, lungi dall’essere un sintomo di depressione, è un fenomeno del tutto normale, dovuto ai continui miglioramenti produttivi. Durante la rivoluzione industriale i prezzi calarono senza sosta, elevando il valore reale dei salari anche quando non crescevano in termini monetari. Gli economisti del tempo, ricorda Murray N. Rothbard, benedicevano come segno di crescente prosperità la costante discesa dei prezzi indotta dal laissez-faire. Oggi possiamo vedere i benefici che questo processo dona ai consumatori, quando un televisore messo per la prima volta sul mercato a 2000 dollari viene successivamente migliorato e venduto a 100 dollari, anche in un periodo d’inflazione galoppante [14]. Durante gran parte del diciannovesimo secolo, quindi, i prezzi scendevano, e tuttavia l’economia cresceva e portava l’industrializzazione. La diminuzione dei prezzi non frenò in alcun modo gli affari né la prosperità economica [15].

In un economia di mercato di successo i prezzi calano tendenzialmente del 2 o del 3 per cento all’anno, e queste riduzioni determinate dai miglioramenti nella produzione vanno soprattutto a vantaggio dei lavoratori e dei consumatori [16]. Quanto denaro avreste bisogno di risparmiare, osserva Kel Kelly, se il vostro attuale tenore di vita, che costa 50.000 dollari all’anno in affitto, cibo, vacanze, cure mediche, ecc., costerà fra trent’anni anni solo 15.000 dollari, perché tutto è diventato meno caro? Questo è uno scenario del tutto realistico, perché se il governo non stampasse moneta in eccesso la produzione dei beni potrebbe aumentare del 4 per cento all’anno, e i prezzi calerebbero quindi più o meno della stessa percentuale ogni anno [17].

Se il tasso naturale di deflazione dell’epoca del gold standard fosse continuato fino a oggi, i prezzi sarebbero calati dal 120 al 400 per cento. Tenendo conto anche dei perfezionamenti tecnologici dei prodotti, la caduta reale dei prezzi avrebbe potuto superare il 4000 per cento! Questo non è avvenuto a causa del “furto inflazionistico” delle banche centrali. Negli Stati Uniti, ad esempio, da quando è stata istituita la Federal Reserve l’espansione monetaria ha fatto aumentare i prezzi del 2500 per cento. Un dollaro di oggi infatti vale meno di 2 centesimi del dollaro del 1913 [18].

Nel mondo agiscono dunque due tendenze contrapposte: da una parte abbiamo le forze del libero mercato che, grazie ai continui miglioramenti produttivi, spingono verso il basso i prezzi di tutti i beni e i servizi; dall’altra parte abbiamo invece le forze indotte dagli interventi statali, che attraverso l’espansione monetaria e del credito, la tassazione diretta e indiretta, il protezionismo, le regolamentazioni minuziose, i minimi salariali, le restrizioni della concorrenza, i monopoli legali, portano all’aumento generalizzato dei prezzi. Da un lato, direbbe Frédéric Bastiat, vediamo all’opera le forze dell’abbondanza, dall’altro le forze della scarsità.

Verso la Singolarità Tecnologica

I nemici del capitalismo, soprattutto gli uomini politici e gli intellettuali, sono sempre stati molto più numerosi dei suoi sostenitori, e hanno fatto di tutto per diffamarlo, ostacolarlo, distruggerlo. Tuttavia, a dispetto dei loro sforzi, l’economia di mercato è riuscita a migliorare le condizioni di vita per un numero sempre più elevato di persone. Il libero mercato, infatti, è talmente produttivo che agli individui intraprendenti basta disporre di un minimo spiraglio di libertà per generare ricchezza e benessere. Lo aveva già capito Adam Smith quando scriveva che ad una nazione occorre ben poco per passare dalla barbarie al più alto grado di opulenza: la pace, poche tasse e una tollerabile amministrazione della giustizia [19].

Nel XX secolo il capitalismo ha continuato a generare ricchezza malgrado gli Stati abbiano provocato le peggiori tragedie immaginabili: totalitarismi, genocidi, guerre mondiali, depressioni economiche, bombardamenti nucleari. Nonostante questa scoraggiante serie di disgrazie, in questo periodo la mortalità infantile è diminuita del 90 per cento, quella materna è calata del 99 per cento e l’aspettativa di vita è aumentata complessivamente oltre il 100 per cento [20]. Il capitalismo, in altre parole, esplica i suoi benefici effetti anche se preso in dosi omeopatiche.

Quali vette supreme di prosperità raggiungerebbe l’umanità se l’economia di libero mercato potesse esplicare a livello planetario, senza ostacoli politici o ideologici, tutto il suo immenso potenziale? Ecco come Murray N. Rothbard evoca uno scenario del genere: «Io immagino un mondo futuro di libero mercato nel quale solo i metalli preziosi circoleranno come moneta […] un mondo finalmente libero dalla piaga dell’inflazione, nel quale la maggior produttività farà crollare i prezzi dei beni, migliorando il livello di vita di tutti […] consumatori saranno più liberi, l’economia infinitamente più sana, mentre gli unici che ci rimetteranno dallo sviluppo di questa ecumene di mercato saranno i gruppi d’interesse che traggono beneficio dall’inflazione guidata dal governo e dalle banche, cioè le elites al potere che governano le nostre economie sempre più dominate dallo Stato» [21].

Che aspetto assumerebbe, in concreto, un mondo nel quale la libera iniziativa e le forze del libero mercato avessero libero sfogo? Con tutta probabilità, un universo del genere assomiglierebbe molto a quello immaginato dai cornucopians teorici dell’abbondanza come Peter Diamandis [22], Ramez Naam [23], Kevin Kelly [24] o Ray Kurzweil [25]. Secondo questi futurologi tecno-ottimisti le curve del progresso tecnologico assumeranno un’accelerazione esponenziale, il prezzo dei beni tenderà a crollare fin quasi alla gratuità, fino al momento culminante in cui il pianeta entrerà nella cosiddetta Singolarità Tecnologica, cioè un punto nello sviluppo della civilizzazione dove il progresso tecnologico accelera oltre la nostra capacità di comprensione e di previsione.

Perfino i marxisti dovrebbero difendere il libero mercato

marxQuesto spirito prometeico era presente anche in Karl Marx, il quale ammirava la rivoluzione industriale e detestava i socialisti che volevano bloccare il progresso tecnologico o riportare l’umanità a fasi sorpassate dello sviluppo: quelli che oggi vengono chiamati “teorici della decrescita” [26]. In Marx esistono però due diverse dottrine. La prima, di tipo rivoluzionario e totalitario, si può trovare nel programma del Manifesto del partito comunista (1848) e porta dritto filato al terrore, al gulag e a Pol Pot [27]. La seconda dottrina è stata invece elaborata successivamente, durante la sua permanenza in Inghilterra. Vivendo nel paese più avanzato dal punto di vista capitalistico, Marx si rese conto che sarebbe stata una follia contrastare questo straordinario sviluppo delle forze produttive.

Da una dottrina rivoluzionaria passò quindi a una dottrina evolutiva, rintracciabile nella sua opera più importante, Il Capitale (1867). Secondo questa visione il socialismo sarebbe sorto spontaneamente solo dopo che il capitalismo avesse esaurito tutte le proprie potenzialità. Inutili e controproducenti, dunque, sarebbero stati per Marx tutti i tentativi dei socialisti di inceppare le forze produttive capitalistiche mediante riforme legislative, redistribuzioni dei redditi e ogni altra forma di interventismo statale nell’economia [28]. Come scrive sorprendentemente Ludwig von Mises, «Karl Marx, nella seconda parte della sua carriera, non era interventista ma favorevole al laissez-faire. Poiché si aspettava che il crollo del capitalismo e la sua sostituzione con il socialismo emergesse dalla piena maturità del capitalismo, era favorevole al suo pieno sviluppo. Sotto questo punto di vista era, nei suoi scritti e nei suoi libri, un sostenitore della libertà economica. Marx guardava con sfavore alle misure interventiste perché ritardavano l’avvento del socialismo» [29].

Questa prospettiva evoluzionista non è mai stata accettata da nessun marxista, soprattutto dopo la presa del potere di Lenin in Russia nel 1917. Le ragioni sono comprensibili, dato che questa dottrina risulta assai poco attraente, politicamente e psicologicamente, per un rivoluzionario desideroso di conquistare il potere al fine di ricostruire la società a suo piacimento. L’unico studioso marxista moderno che abbia accolto questa visione è l’eminente economista inglese di origini indiane sir Meghnad Desai, il quale nel libro intitolato “La rivincita di Marx: la rinascita del capitalismo e la morte del socialismo statalista”, sostiene che il fondatore del “socialismo scientifico” avrebbe accolto entusiasticamente l’attuale globalizzazione capitalistica.

L’impressionante sviluppo di aree un tempo povere grazie all’entrata nel mercato globale dimostra, secondo Desai, che il capitalismo è ben lungi dall’aver esaurito tutto il proprio potenziale. I marxisti a suo avviso devono respingere ogni scorciatoia rivoluzionaria e accettare l’idea che solo la piena maturazione a livello mondiale del capitalismo produrrà l’abbondanza economica sulla quale edificare il socialismo. Tutta l’esperienza statalista del socialismo novecentesco va dunque considerata un gigantesco errore. Scioccando non pochi rivoluzionari marxisti e anticapitalisti romantici, Desai scrive che nella sua maturità Marx avrebbe preferito che fosse il mercato a governare l’economia, non lo Stato: «L’idea che il socialismo fosse un prodotto dello Stato era estranea a tutto quello in cui credeva» [30].

Per i libertari e per i marxisti, dunque, la “Singolarità Tecnologica” potrebbe rappresentare il punto in cui il capitalismo, grazie all’enorme sviluppo della produttività, ha generato un’abbondanza tale da rendere molte merci quasi gratuite o liberamente condivisibili: infatti, già oggi tantissimi servizi che fino a non molto tempo fa sarebbero costati una fortuna sono disponibili gratis, soprattutto sul web. La loro appropriazione privata perderà importanza perché, come ricorda Hans-Hermann Hoppe, l’istituto della proprietà serve solo a regolare l’uso dei beni scarsi [31]. I marxisti, se credono, possono chiamare “socialismo” questo scenario di futura abbondanza, ma sia ben chiaro che non scaturirà dalle presunte crisi o contraddizioni del capitalismo, ma al contrario dai suoi trionfi.

La catallassi vincerà

Quand’è che la curva del progresso tecnologico assumerà un andamento accelerato? In altre parole, quand’è che le forze produttive del libero mercato, già oggi potentemente all’opera malgrado tutti gli ostacoli posti dai governi, innescheranno un processo irreversibile di Singolarità Tecnologica che cambierà per sempre il mondo in cui viviamo, più di quanto abbia fatto due secoli fa la Rivoluzione industriale? Fra qualche decennio, come ha calcolato Ray Kurzweil, oppure fra qualche secolo o millennio?

Una cosa possiamo affermare con sicurezza: questo scenario prima o poi si verificherà perché le forze del libero mercato sono incontenibili. La catallassi, il nome che F.A. Hayek ha dato al vasto ordine spontaneo del mercato, continua infatti a estendere la sua fittissima ragnatela di scambi su tutto il globo, a dispetto di tutto quello che possono fare gli Stati per combatterlo, incepparlo, boicottarlo. Ci potranno essere dei temporanei rallentamenti o dei passi indietro, alcuni paesi retrocederanno rispetto ad altri, ma nel complesso il destino dell’umanità è segnato: l’ordine catallattico del libero mercato prima o poi abbraccerà l’intera civiltà umana. Non esistono forze tanto potenti da fermarlo, salvo forse un governo unico mondiale, un Leviatano di dimensioni planetarie la cui nascita per ora non sembra probabile.

Per queste ragioni facciamo proprie le ragioni di ottimismo di Murray N. Rothbard, secondo cui, date le aspirazioni risvegliate dal liberalismo e dalla Rivoluzione industriale, la vittoria della libertà nel lungo periodo è inevitabile. Poiché soltanto la libertà e il libero mercato possono organizzare e mantenere un sistema produttivo avanzato, man mano che la popolazione si espande diviene sempre più necessario il lavoro senza restrizioni dell’economia industriale [32]. L’umanità ha rotto definitivamente, sul finire del XVIII secolo, con il “vecchio ordine” della penuria e della schiavitù. Da allora lotta per la sua illimitata aspirazione a una maggiore libertà individuale e a un maggior benessere materiale. E ormai solo lo Stato ostacola l’avanzata [33].

NOTE

[1] Guy Sorman, Le Capital. Suite et fins, Fayard, 1994, p. 144-145.

[2] Roberto S. Lopez, La rivoluzione commerciale del Medioevo, Einaudi, 1971.

[3] Deirdre McCloskey, Bourgeois Dignity, University of Chicago Press, 2010.

[4] Nathan Rosenberg, Luther E. Birdzell, Come l’Occidente è diventato ricco [1986], Il Mulino, 1988, p. 182.

[5] Angus Maddison, L’economia mondiale. Una prospettiva millenaria [2001], Giuffrè, 2005.

[6] Julian L. Simon, The Ultimate Resources 2, Princeton University Press, 1998.

[7] Stephen Moore, Julian L. Simon, It’ Getting Better All the Time: 100 Greates Trends of the Last 100 Years, Cato Institute, 2000.

[8] Bjorn Lomborg, L’ambientalista scettico [2001], Mondadori, 2003.

[9] Indur M. Goklany, The Improving State of the World, Cato Institute, 2007.

[10] Matt Ridley, Un ottimista razionale. Come evolve la prosperità [2010], Codice, 2013.

[11] Sulla sfida tra Julian Simon e Paul Ehrlich rimando al mio saggio “Julian Simon e la scommessa del secolo”, in L. Infantino, N. Iannello [cur.], Idee di libertà, Rubbettino Editore, 2015, p. 157-170.

[12] Hans Rosling, World Health, Studentlitteratur AB, 2006.

[13] Di Hans Rosling si vedano ad esempio i video “The Best Stats You’ve Ever Seen” o “How Not to Be Ignorant About the World”.

[14] Murray N. Rothbard, “Milton Friedman Unraveled” [1971], ora in: Murray N. Rothbard, Economic Controversies, Mises Institute, 2011, p. 905.

[15] Murray N. Rothbard, Per una nuova libertà. Il manifesto libertario [1973], Liberilibri, 1996, p. 243.

[16] Hunter Lewis, Tutti gli errori di Keynes [2009], IBL, 2010, p. 314.

[17] Kel Kelly, The Case for Legalizing Capitalism, Mises Institute, 2007, p. 137.

[18] C. James Townsend, The Singularity and Socialism, 2015, p. 171-172.

[19] Adam Smith, La ricchezza delle nazioni [1776], Utet, 2013, p. 465.

[20] Peter H. Diamandis, Steven Kotler, Abbondanza. Perché il futuro è meglio di quanto pensiate [2012], Codice, 2014, p. XII.

[21] Murray N. Rothbard, “The Present State of Austrian Economics” [1992], ora in: Murray N. Rothbard, Economic Controversies, 2011, p. 217.

[22] Peter H. Diamandis, Steven Kotler, Abbondanza. Perché il futuro è meglio di quanto pensiate [2012], Codice, 2014.

[23] Ramez Naam, The Infinite Resource. The Power of Ideas on a Finite Planet, 2013, UPNE.

[24] Kevin Kelly, Nuove regole per un mondo nuovo [1999], Ponte alle Grazie, 1999; Quello che vuole la tecnologia [2010], Codice, 2011.

[25] Ray Kurzweil, La singolarità è vicina [2005], Maggioli editore, 2014.

[26] Sulla critica al concetto di decrescita: Luca Simonetti, Contro la decrescita. Perché rallentare non è la soluzione, Longanesi, 2014; Nicola Iannello, “Crescita, decrescita e libertà di scelta”, in L. Infantino, N. Iannello [cur.], Idee di libertà, Rubbettino, 2015, p. 33-41.

[27] Guglielmo Piombini, Ecco spiegato perché Marx è peggio di Stalin, Il Miglioverde, 2014.

[28] Ludwig von Mises, Planning for Freedom [1945], Libertarian Press, 1974, p. 28 e 91.

[29] Ludwig von Mises, “Individualism and Industrial Revolution” [1952], in Marxism Unmasked: From Delusion to Destruction, Foundation for Economic Education, 2006, p. 24.

[30] Meghnad Desai, Marx’s  Revenge: The Resurgence of Capitalism and the Death of Statist Socialism, Verso Books, 2004, p. 4.

[31] Hans-Hermann Hoppe, A Theory of Socialism and Capitalism, Mises Institute, 2010, p. 8.

[32] Murray N. Rothbard, Sinistra e destra: l’avvenire della libertà [1965], Rubbettino, 2012, p. 72-73.

[33] Murray N. Rothbard, “Lo Stato è un furto!”, in Guy Sorman, I veri pensatori del nostro tempo [1989], Longanesi, 1990, p. 213.

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