giovedì, Febbraio 5, 2026
5.6 C
Milano

Fondatori: Gilberto Oneto, Leonardo Facco, Gianluca Marchi

La battaglia morale e culturale per la libertà: Stato, giustizia e futuro dell’Occidente

Da leggere

di LEONARDO FACCO

Lunedì sera, Javier Milei è stato ospite della cena di fine anno della Fondazione “Faro”, il cui direttore è Agustìn Laje. Uno speech di una cinquantina di minuti di un presidente di uno Stato che – dati i contenuti – non ha dimenticato di essere un liberal-libertario.

Il discorso ha preso avvio da un fatto tragico: l’attentato terroristico islamista avvenuto in Australia, che ha scosso l’opinione pubblica mondiale. La solidarietà alla comunità ebraica non viene espressa solo come gesto della sua risaputa vicinanza, ma come difesa di un principio universale: la libertà individuale. “L’antisemitismo – ha  sottolineato – non è un fenomeno isolato, ma una minaccia diretta alla civiltà occidentale, fondata sul diritto di ogni individuo a vivere liberamente, professare la propria fede e associarsi pacificamente con chi desidera. Il terrorismo non colpisce solo delle vittime specifiche, ma mette in discussione l’idea stessa di libertà”.

Pochi minuti dopo, Milei passa alla “battaglia culturale”, un terreno decisivo (di cui abbiamo scritto abbondantemente su questa rivista) su cui si gioca il futuro delle società libere. L’indifferenza morale, ammonisce l’oratore, è il miglior alleato del male. Il cosiddetto “virus woke“, diffuso in gran parte dell’Occidente, invita a relativizzare tutto, a giustificare l’ingiustificabile pur di non “offendere”, fino a perdere ogni bussola etica. “Dire che ciò che è sbagliato è sbagliato – sostiene Javier quasi parafrasando Orwell – diventa così un atto rivoluzionario”.

In questo contesto – secondo Milei – si inserisce la svolta politica sudamericana, simboleggiata dalla vittoria elettorale di José Antonio Kast, in Cile, e dal più ampio risveglio del continente verso le idee della libertà, dopo i disastri del socialismo del XXI secolo, che è sulla soglia del baratro. Fondazioni e centri culturali come la “Fundación Faro” vengono presentati come avamposti di questa guerra delle idee: “Non una guerra all’insegna della violenzasostiene Mileima un conflitto spirituale in cui ogni parola, ogni argomento vinto nello spazio pubblico rappresenta una conquista per la libertà umana”.

Il presidente argentino individua, a ragion veduta direi, una delle cause della lunga egemonia culturale della sinistra nel suo talento comunicativo: “Idee false ma seducenti, capaci di mascherare odio e risentimento sotto le etichette di giustizia, uguaglianza, solidarietà e bene comune. Purtroppo, il liberalismo ha perso tempo a usare un linguaggio complicato. Ma ora parla chiaro e combatte”.

Citando Thomas Sowell, ha ricordato che “il bello del socialismo è che suona bene, il brutto è che non funziona mai”, senza dimenticare i suoi fallimenti economici e morali, che hanno avuto un costo umano immenso, con decine di milioni di morti ammazzati.

Non poteva mancare, nel suo intervento, un attacco feroce (ma composto, senza turpiloqui tipici della campagna elettorale) al keynesismo e allo statalismo moderno, accusati di aver alimentato l’illusione che la spesa pubblica e l’emissione monetaria possano creare ricchezza dal nulla. Questa “alchimia economica”, così l’ha definita, ha trasformato l’Occidente in una civiltà che crede di poter ingannare la realtà, come in un videogioco, fino a ritrovarsi sull’orlo della decadenza. Citando Hayek e le sue critiche implacabili alla “Teoria generale” di Keynes ha ribadito che quelle del “Sir” inglese sono teorie profondamente errate, benché siano diventate il vangelo di intere classi politiche.

Il cuore del discorso di Milei è soprattutto di taglio morale, non solo economico. Il vero nodo non è l’efficienza del capitalismo, ma la sua giustizia. Riprendendo le tesi di Israel Kirzner e Huerta de Soto, ha ricordato che un sistema, anche se produttivo, non merita di essere difeso se è ingiusto. La tesi centrale è che il capitalismo di libero mercato non è solo il più efficiente, ma l’unico sistema giusto (efficienza e giustizia sono due facce della stessa medaglia), perché fondato sui diritti naturali, ovvero la vita, la libertà e la proprietà privata.

La cosiddetta “giustizia sociale” viene smascherata come una retorica dell’invidia, che giustifica il furto legale, leggasi tassazione, attraverso lo Stato. “Tassare, redistribuire, pianificare significa violare il principio di non aggressione e trasformare i cittadini in sudditi”, ha sentenziato Milei. Il paragone citato dello Stato che “rompe le gambe e poi regala le stampelle” rende plasticamente l’assurdità del welfare statalista.

Ovviamente, non poteva non rivendicare con successo l’esperienza di governo, citando numeri e riforme (13.000) che sono servite a ridurre lo Stato non è solo moralmente giusto, ma economicamente espansivo: “Eliminare deficit, tagliare la spesa pubblica e restituire risorse al settore privato libera energie produttive, ridurre le tasse, sconfiggono la povertà e riavviano la crescita”. Dopodiché il monito: “Tuttavia, senza una vittoria culturale, ogni successo politico resta fragile e reversibile”.

La conclusione della sua orazione durata un poco meno di un’ora, ha sottolineato i fondamenti della libertà e merita di essere riportata alla lettera:

  • “Noi liberali crediamo che gli uomini siano veramente proprietari di ciò che possiedono. Sono proprietari dei loro corpi e del frutto del loro lavoro. Al contrario, i sacerdoti statalisti credono che tutti noi siamo meri inquilini dei nostri beni, il cui vero proprietario è lo Stato, che benevolmente ci concede un usufrutto temporaneo, riservandosi il diritto di revocarlo quando gli aggrada.
  • Per questo, quando smettono di controllare lo Stato, iniziano immediatamente a piangere denunciando fascismo e autoritarismo, perché in realtà pensano di essere gli unici depositari della verità rivelata e dell’autorità per governare a piacimento il resto della società e, ovviamente, per gestire le casse pubbliche. Ci vedono non come cittadini, ma come schiavi al loro servizio. Ed essere lontani dal potere, per loro, equivale a perdere la libertà.
  • È per questo stesso motivo che i diversi approcci socialisti all’economia falliscono, siano essi apertamente comunisti o «comunisti con stile», per non dire socialdemocratici. Tutti i modelli statalisti finiscono per sottrarre all’uomo la vera proprietà e, quindi, la vera responsabilità per il proprio futuro. Quando tutto è di tutti, nulla è di nessuno, se non dei regimi statali: ed è per questo che cercano di incistarsi nel potere.
  • Lo Stato trasforma così il cittadino in uno schiavo, riportandolo alle economie vulnerabili e ai problemi tipici delle economie schiavistiche: indolenza, pigrizia e mancanza di ambizione. Al contrario, quando gli uomini sanno di essere padroni di sé stessi e del frutto del loro lavoro, tutte le loro azioni si orientano verso il raggiungimento della migliore vita possibile, nel rispetto della legge.
  • Libertà e responsabilità sono infatti due facce della stessa medaglia: non esiste l’una senza l’altra. Gli uomini diventano così consapevoli di essere responsabili di tutti i propri atti, delle proprie virtù e delle proprie debolezze, dei successi e degli errori. Riconoscono di essere veramente liberi, ed è proprio questa libertà responsabile che li rende capaci di creare.
  • Per questo motivo, diffondere oggi le idee liberali a livello globale rappresenta una nuova impresa di liberazione dalla schiavitù alla quale ci ha sottomessi uno Stato pervertito. La crescita economica dipende quasi interamente dalla capacità degli individui di realizzarsi liberamente nel mondo, di creare e innovare sotto la protezione di una legge che li tuteli e nella certezza di essere proprietari del frutto di ogni sforzo e sacrificio.
  • La crescita economica dovrebbe essere l’obiettivo di qualunque Stato che si rispetti, poiché implica un miglioramento costante della qualità della vita di ciascun cittadino. Tuttavia, affinché questo processo si consolidi, anche lo Stato deve svolgere un ruolo necessario: proteggere le frontiere, difendere i cittadini dalle aggressioni esterne e garantire la stabilità macroeconomica.
  • È interessante notare che una delle leggi che stiamo inviando al Congresso prevede che quei politici che promuovano, votino o approvino leggi che comportino spesa pubblica senza copertura, cioè che violino l’equilibrio fiscale o monetario, andranno in carcere con pene da uno a sei anni. È finita la strage populista.
  • In definitiva, lo Stato deve proteggere questa luce divina, questo faro che illumina l’anima degli uomini liberi e conferisce loro il diritto naturale di essere proprietari del proprio lavoro. Deve custodirlo come qualcosa di sacro e difenderlo dalla tirannia, sia quella dei vicini sia quella di sé stesso.
  • Perché, se come sostiene la sinistra il ruolo dello Stato è quello di proteggere le minoranze, non esiste minoranza più piccola dell’individuo, che deve essere costantemente difeso dalla tirannia delle maggioranze. Questo faro rappresenta la chiave morale della prosperità e della crescita di lungo periodo: una luce che l’Occidente ha dimenticato per troppo tempo e che è necessario ritrovare.
  • Per questo voglio ringraziare tutti voi per essere qui oggi e per il vostro costante sostegno alla diffusione delle idee della libertà”.

Il finale lo potete immaginare: “Che le forze del cielo ci accompagnino, viva la libertad, carajo”! 

Correlati

1 COMMENT

  1. Una volta forse ti regalavano le stampelle, oggi ti darebbero un bonus grucce previa certificazione ISEE di essere sotto quota X.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Articoli recenti