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La storia infinita della spesa pubblica italiana

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di MATTEO CORSINI

Capita relativamente spesso di imbattersi in ricostruzioni della storia più o meno recente dell’andamento dei conti pubblici che lascerebbero incredulo anche un marziano. Per esempio, ecco cosa scrive Guido Salerno Aletta a proposito della spesa pubblica e delle sue implicazioni sul rapporto tra debito e Pil: “Non c’è stato nessuno scialo nella spesa pubblica dal 2008 a oggi, così come non c’era stato negli anni 80, nonostante taluni sostengano il contrario: allora, l’impennata del rapporto debito/pil dipese unicamente dal brusco calo dell’inflazione, merito soprattutto del blocco della scala mobile sui salari, cui si accompagnò l’impennata dei tassi di interesse reali, passati dal -5,8% del 1980 (in negativo perché l’inflazione superava addirittura la remunerazione del titolo) all’8,9% del 1992″.

Credo serva una grande fantasia per interpretare in quel modo i numeri di finanza pubblica. E’ vero che c’è stata un’impennata della spesa per interessi tra il 2011 e il 2012, la quale, unitamente alla caduta del Pil per via della profonda recessione, ha fornito un contributo significativo all’incremento del rapporto tra debito e Pil di oltre 30 punti percentuali.

Non è vero, però, che al netto della voce interessi la spesa non sia aumentata, anche mentre il Pil diminuiva. Semplicemente, come ha più volte ricordato Carlo Cottarelli, l’Italia non si può permettere certe spese. Per questo non ha senso fare confronti con altri Paesi che non hanno i conti pubblici scassati come quelli della Repubblica Italiana.

Al tempo stesso, è evidente che l’Italia si presentò alla vigilia della crisi senza avere ridotto in misura strutturale la spesa pubblica. Il calo della spesa per interessi dovuta all’ingresso nell’area euro è stato utilizzato per fare altra spesa corrente. Questo ha comportato una riduzione insufficiente del rapporto tra debito e Pil, lasciando il bilancio dello Stato vulnerabile a una situazione in cui il Pil diminuisse velocemente e altrettanto velocemente aumentasse la spesa per interessi.

Quanto agli anni ’80, si può forse sostenere che non ci fu uno scialo sostanzialmente superiore a quello del decennio precedente, ma non che non ci fosse scialo. La gigantesca spesa pensionistica di oggi deriva dai provvedimenti di quel periodo, per fare un solo esempio. E il fatto che si fosse ridimensionata la repressione finanziaria in essere fino al divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia del 1981 senza aver ridimensionato la spesa pubblica indica che, semplicemente, si volle continuare a spendere oltre quanto ci si poteva permettere una volta ridimensionata la tassa inflattiva.

Per inciso, senza la stampa di lire da parte della Banca d’Italia nessuna scala mobile avrebbe potuto sopravvivere a lungo. In ultima analisi, era la gran massa di lire fresche di stampa (la vera inflazione) a causare la crescita dei prezzi al consumo (una conseguenza dell’inflazione) e quando la Banca d’Italia diminuì il ritmo di immissione di nuova base monetaria nel sistema economico, anche le conseguenze di tale immissione si ridimensionarono.

Come è noto, l’inflazione danneggia i creditori e avvantaggia i debitori. In un contesto di inflazione continua, ogni debitore è incentivato a spendere più di quanto potrebbe permettersi. Così fu e continuò a essere per la spesa pubblica. E quella storia non è mai finita.

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2 COMMENTS

  1. sarò elementare nei mie discorsi in fatto di economia, ma c’è una spesa pubblica produttiva, strade, ferrovie, assetto del territorio, conservazione beni architettonici, e la lista potrebbe continuare… e una spesa pubblica improduttiva, anche come corollario di servizi resi ai cittadini, e tutte le burocrazie che aumentano ad ogni pie’ sospinto, strapagati prestatori d’opera nei loro apparati dai consigli di amministrazione ai commessi, una miriade di onorevoli seduti sugli scranni, loro e familiari a vita, corti prefettizie se pur nominalmente soppresse, addetti agli apparati che per servire bene, dal barbiere al commesso, devono essere ben pagati perché è una questione di prestigio e di sicurezza personale… e da dove vengono i soldi per tutto questo ambaradam improduttivo? ovviamente dalle partite IVA e dalle tasse sulle proprietà private che siano o no produttive, meglio se sono frutto di lavoro perché quelle la cui origine è ignota rimangono ignote per sempre… e qui casca l’asino!

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