LIBRA? MACCHÈ, C’È CHI VUOL RISPOLVERARE KEYNES E IL BANCOR DIGITALE

di MATTEO CORSINI

L’annuncio da parte di Facebook e altre società della creazione di una fondazione che progetta per il 2020 il lancio di una (cripto) moneta chiamata Libra ha generato prese di posizione e commenti da più parti. Banche centrali e ministri delle finanze hanno posizioni che vanno dal guardingo all’allarmato, mentre le banche commerciali invocano un level playing field.

Perfino il pacato Giovanni Tria, alzando di un decibel il tono di voce non certo stentoreo, si è spinto a dire che Libra renda necessaria una “azione di controllo”.

Libra ambirebbe a essere una “stablecoin” (“shitcoin”, per i critici), in quanto dovrebbe essere coperta al 100% da riserve in valute fiat emesse dalle principali banche centrali e titoli governativi denominati in tali valute fiat.

Già questo rende evidente che non avrebbe nulla a che fare con una criptomoneta vera e propria, la più nota e utilizzata delle quali è Bitcoin, in quanto non sarebbe altro (se veramente coperta al 100% da riserve in valute fiat) che uno strumento digitale di pagamento rappresentativo delle stesse. Per di più, nel caso in cui tutte le principali banche centrali applicassero tassi negativi e i titoli governativi di riferimento avessero tassi negativi, l’impiego di riserve genererebbe perdite (resterebbero pur sempre gli utili derivanti dall’utilizzo dei dati delle transazioni), spingendo probabilmente i gestori di Libra ad assumere rischio di credito per non incorrere in carry negativo, che poi sarebbe indirettamente sopportato dagli utilizzatori della moneta.

Evidentemente, però, la quantità di potenziali utilizzatori di Libra (gli oltre 2 miliardi di utenti di Facebook e delle sue controllate) rende questo progetto inquietante per i soggetti che oggi gestiscono i sistemi monetari. La preoccupazione che Libra possa essere utilizzata da criminali e riciclatori è una delle principali. Ciò riguarda anche il contante, peraltro, che pure è emesso dalle banche centrali.

A tale proposito Sul Sole 24Ore Marcello Minenna ipotizza l’istituzione di valute digitali da parte delle banche centrali. Ecco l’idea di Minenna:

  • “Eppure nulla vieterebbe di avere una valuta digitale non-cripto che permetta di tracciarne l’uso in maniera indelebile: una chimera per chi vuole combattere l’economia sommersa. I banchieri centrali ne stanno discutendo, come testimoniato da recenti research paper della Banca Centrale Europea, della Banca dei Regolamenti Internazionali e del Fondo Monetario Internazionale”.

La discussione sta andando un po’ per le lunghe, però, secondo Minenna.

  • “Dietro a questo attendismo ci sono il timore di destabilizzare il sistema finanziario e l’esigenza di un coordinamento mondiale, dato che pensare a divieti o regolamentazioni restrittive solo su base nazionale sarebbe anacronistico”.

Pronta la soluzione:

  • “Per venirne fuori si potrebbe muovere il primo passo su quel 10% di contante “cripto” in circolazione e trasformarne in maniera graduale una parte in valuta digitale trasparente di Stato o di banca centrale. I cittadini dell’Eurozona potrebbero utilizzare ad esempio un portafoglio digitale con e-euro gestibili attraverso lo smartphone senza conto corrente bancario”.

In sostanza, il contante dovrebbe essere più o meno gradualmente sostituito da una sua versione digitale. A parte il fatto che chiunque abbia un minimo di considerazione per il diritto di proprietà dovrebbe nutrire qualche preoccupazione nel mettere il suo denaro a completa disposizione dello Stato (o di una banca centrale), nulla vieta già oggi, a chi lo desideri, di gestire i suoi pagamenti senza utilizzare contante, anche per importi ridotti.

Si potrebbe obiettare che si tratta di servizi che hanno un costo, sia esso esplicito o implicito nell’utilizzo dei dati del cliente da parte del fornitore del servizio. Ma non si creda che se a offrire il servizio fosse direttamente la banca centrale non costerebbe nulla. Semplicemente sarebbe pagato in parte tramite le tasse e in parte con i costi dei servizi bancari, considerando che le banche versano cospicui contributi alle autorità di vigilanza per il funzionamento di queste ultime.

Giusto per non porre limiti all’idea, Minenna pensa a una valuta globale e fa un richiamo al sogno del “maestro”.

  • “Seguirebbe probabilmente un maggiore coordinamento tra le banche centrali magari utilizzando inizialmente come garanzia la valuta di riserva del Fondo Monetario Internazionale (gli Special Drawing Rights o SDR), il cui sviluppo è rimasto limitato ad alcune convenzioni internazionali relative al trasporto aereo o marittimo. In definitiva la tecnologia blockchain e le valute digitali che oggi vengono viste come un rischio potrebbero essere un’opportunità per rilanciare la migrazione dell’architettura monetaria degli SDR verso il Bancor di Keynes. Come il Bancor, si tratterebbe di una valuta globale in grado di ripianare efficacemente gli squilibri delle bilance dei pagamenti dei vari Stati ma sarebbe digitale, trasparente e tracciabile sino al dettaglio di ogni singola operazione”.

Il punto d’arrivo sarebbe quindi una moneta fiat globale, con l’unica differenza di essere digitale rispetto a quella ipotizzata oltre 70 anni fa da Keynes. Ritengo che ciò che Minenna considera opportunità sarebbero tali per chi detenesse il governo di quella moneta, non per tutti gli altri.

A mio parere non si otterrebbe altro che una riproduzione, nell’ambito della gestione monetaria, dei rapporti di forza che adesso regolano il FMI. Qualunque idea si abbia sulle cripto valute e sul loro futuro, questa ipotesi di moneta fiat digitale globale a me pare altamente velenosa, perché unirebbe ai noti problemi delle monete fiat in termini di manipolabilità e generazione di bolle la perdita della riservatezza (che non è voluta solo dai criminali), oltre al sostanziale svuotamento del diritto di proprietà, dato che il denaro detenuto da chiunque sarebbe in qualsiasi momento e misura aggredibile da uno Stato bisognoso di finanziare spesa pubblica.

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