MA QUALE GRAZIA, CHI SPARA AI CRIMINALI ANDREBBE PREMIATO

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MONELLAANTONIOGRAZIAdi LEONARDO FACCO

In molti Comuni della Bergamasca sono esposti enormi cartelli con sopra scritto queste parole: “Grazia per Antonio Monella”. Vi starete chiedendo: chi è mai costui? Ve lo spiego, riprendendo quanto apparso sulla stampa locale: “Era la notte tra il 5 e il 6 settembre 2006 quando Antonio Monella, imprenditore di Arzago d’Adda (BG), fu svegliato da alcuni rumori. Scese in salotto e, mentre la moglie e il figlio stavano dormendo, trovò il 19enne albanese Helvis Hoxa impegnato a rubargli l’automobile dal cortile. Monella, fucile alla mano, uscì in balcone e sparò contro l’automobile, colpendo ad un fianco il 19enne che, gravemente ferito, riuscì comunque a raggiungere i suoi complici, salvo poi essere abbandonato in fin di vita davanti ad un pub. Hoxa morì in ospedale poche ore dopo, mentre Monella fu arrestato con l’accusa di omicidio volontario. E’ stato condannato in via definitiva a 6 anni e 2 mesi di reclusione ed è in carcere a Bergamo”. Ora, un comitato di suoi concittadini di Arzago (Bg) s’è organizzato per chiedere la grazia per Monella al Presidente della Repubblica. Anche la Lega Nord s’è mossa in tal senso. Fin qui, i fatti.

Quanto sopra, mi dà motivo per riaprire uno storico dibattito che contempla sia la “legittima difesa” che il connesso “uso delle armi”, che se negli Stati Uniti d’America è costituzionalmente garantito dal Secondo Emendamento (nonostante la pressione di lobby democratiche molto vicine ad Obama), in Europa è fumo negli occhi dell’opinione pubblica. Al netto delle sterili polemiche e dei soliti “benpensanti” che stigmatizzano qualche pazzia individuale estemporanea (val dunque la pena ricordare loro che Breivik ne ha sterminati un centinaio in un paese in cui anche avere una fionda è vietato), il diritto a detenere pistole e fucili viene da molto lontano. In Italia, ad esempio, pochi sanno che Cesare Beccaria in un paragrafo che era tra le citazioni preferite di Thomas Jefferson sosteneva: “Falsa idea di utilità è quella che sacrifica mille vantaggi reali per un inconveniente o immaginario o di poca conseguenza, che toglierebbe agli uomini il fuoco perché incendia e l’acqua perché annega, che non ripara ai mali che col distruggere. Le leggi che proibiscono di portare armi sono leggi di tal natura; esse non disarmano che i non inclinati né determinati ai delitti, mentre coloro che hanno il coraggio di poter violare le leggi più sacre della umanità e le più importanti del codice, come rispetteranno le minori e le puramente arbitrarie, e delle quali tanto facili ed impuni debbon essere le contravvenzioni, e l’esecuzione esatta delle quali toglie la libertà personale, carissima all’uomo, carissima all’illuminato legislatore, e sottopone gl’innocenti a tutte le vessazioni dovute ai rei? Queste peggiorano la condizione degli assaliti, migliorando quella degli assalitori, non scemano gli omicidii, ma gli accrescono, perché è maggiore la confidenza nell’assalire i disarmati che gli armati. Queste si chiamano leggi non preventrici ma paurose dei delitti, che nascono dalla tumultuosa impressione di alcuni fatti particolari, non dalla ragionata meditazione degl’inconvenienti ed avvantaggi di un decreto universale”.

ARMICome ha scritto Paul H. Blackman in un libro che ho pubblicato come editore un decennio fa – titolo: “Io sparo che me la cavo” “James Madison spiegava che gli Americani non dovevano temere la tirannia del governo centrale perché il numero di cittadini armati sarebbe stato largamente superiore a quello dei militari. Egli distinse espressamente l’America dalle monarchie europee in base al fatto che nel Vecchio Continente “i governi hanno paura di mettere le armi in mano al popolo”. Ancora: “Lo stesso Madison, come Blackstone mise in evidenza, era un interprete della common law inglese, che difendeva il diritto di avere armi come ‘diritto ausiliario’, essenziale alla difesa dei diritti fondamentali alla ‘sicurezza, libertà e proprietà privata’. Secondo Blackstone quel diritto ausiliario a essere armati aveva lo scopo di ‘preservare il diritto naturale alla resistenza e all’auto-conservazione’, in maniera tale che, qualora altri diritti venissero calpestati, i cittadini avessero ‘il diritto di possedere e usare armi per la difesa personale’ e l’auto-conservazione stessa”. In pratica, proprio come ha fatto il signor Monella, ma come fece anche il signor Dettori (un altro imprenditore, peraltro assolto) di Caravaggio (Bg), nel novembre del 2012.

E’ ovvio che la scuola pubblica e la propaganda italiane cerchino di nascondere i principi e gli autori di cui sopra, avvalorando – peraltro – il monopolio della sicurezza nelle mani dello Stato. Il 99,9% dei parlamentari italiani, quando succedono fatti come quello descritto sopra, fanno a gara in tv a dire che “solo le forze di Polizia possono difenderci dai delinquenti”, dimenticando, però, le statistiche, che confermano l’inefficienza assoluta della prevenzione pubblica. Un tale Simone Scagnelli, affermò che è arrivato il momento, e noi dell’IDV lo diciamo da tempo, di smetterla di giocare con le assurdità dei militari per strada o delle ronde di volontari,  ma di rimettere seriamente in discussione il sistema giudiziario/penitenziario tanto da renderlo uno strumento di prevenzione realmente efficiente”. A parte l’idiozia in sé di queste affermazioni, il politicante di turno non fa che tentare di evitare che si metta sotto accusa il monopolio della forza, di cui lo Stato è legale (non per questo legittimo) rappresentante. Spiegategli che il proibizionismo non funziona, nemmeno con le armi! La sua affermazione sulle ronde, viceversa, non è altro che uno stupido esempio che la storia stessa smentisce. Ha scritto Claudio Martinotti Doria in proposito: “Sull’argomento del vicinato di controllo per la prevenzione del crimine, rammento che già nella metà del Settecento in Inghilterra, e poi si sono diffuse nei paesi anglosassoni ed hanno funzionato per circa un secolo (finché non è subentrato lo Stato con proprie istituzioni di potere), la cosiddetta società civile aveva istituito le “Associazioni Per La Persecuzione Dei Criminali”, con un funzionamento simile alle “Società di Mutuo Soccorso” e con quote di iscrizione ‘popolari’, che dall’originario scopo di recuperare i beni rubati (tramite soprattutto ricompense ed annunci sui giornali) e catturare o allontanare i ladri e malviventi, si sono poi estesi ad una molteplicità di servizi, di sicurezza, ma anche assicurativi e di polizia investigativa e repressiva, di tutela legale, fino a creare una rete di agenzie interconnesse e collaborative stimate in oltre un migliaio nella sola Gran Bretagna. Chi non conosce la storia pensa che le istituzioni e certi servizi siano tutte invenzioni recenti e dovuti alla mamma Stato, cui essere grati e dipendere per tutto, ma in realtà tutte la invenzioni sociali di un certo rilievo sono dovute alla libera iniziativa privata e della comunità locale”. 

Nella prefazione al libro che ho citato sopra si legge anche questo:Nel corso di questo scritto (il riferimento è al libro) si è tentato di far emergere, attraverso dati statistici e considerazioni morali, l’importanza del diritto a possedere e portare armi. Un diritto che, secondo la più genuina e coerente tradizione liberale, affonda le proprie radici nel sacro diritto di ognuno alla vita, alla libertà e alla proprietà privata. Tre aspetti della vita umana che, a propria tutela e garanzia, richiedono il corollario dell’autodifesa. Anche i possessori di armi, insomma, hanno un orgoglio e una dignità. Anch’essi hanno cuore e cervello. Quello che manca è il coraggio e la volontà di mettere sul tavolo le proprie buone ragioni, e la consapevolezza di essere gli unici e autentici difensori della libertà e del diritto. Essi devono riappropriarsi della delega che con troppa leggerezza hanno affidato ai servi dello Stato: il compito cruciale di rendere difficile la vita a criminali e tiranni. E’ giunta, o è tornata, l’ora che ognuno, in un impeto di sano egoismo, riprenda a cuore il dovere di difendere se stesso, i propri cari e le proprie legittime proprietà”.

Per tirare le somme, è ora e tempo di finirla con la mistificazione dei fatti ed è anche giunto il momento che la si smetta di far credere che più sei disarmato, e più sei al sicuro dai criminali per via della presenza dello Stato (vedi qui). Quando qualcuno si permette di entrare a casa tua, a colpi martellate sulla vetrina, o per fregarti l’auto parcheggiata, anziché con un regolare invito, non esiste alcuna ragione – né legale (legge fiat) né di buon senso – che preveda che tu debba aspettare l’arrivo della polizia per salvare la tua vita, quella dei tuoi cari ed i tuoi beni. Sparare a un criminale e’ un diritto sacrosanto! Altro che dover implorare la grazia.

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IN OMAGGIO IL LIBRO “IO SPARO CHE ME LA CAVO” (Leonardo Facco Editore)

QUI PER SCARICARLO: IO_SPARO_CHE_ME_LA_CAVO

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