MAMELI, L’INNO CHE HA LA FAMA DI PORTARE SFIGA

NOTIZIA: Coronavirus, oggi venerdì 20 marzo tutte le radio d’Italia trasmetteranno in contemporanea l’Inno di Mameli.

di GILBERTO ONETO

Gli stati giacobini si sono dotati di una sorta di kit patriottico fatto di bandiere, inni, simboli. Gli Americani, che sono stati i veri precursori del genere (anche se poi superati dai Francesi e da altri), hanno inventato la prima bandiera nazionale, e — siccome quando ci si mettono fanno le cose per bene — anche tutto un parafernale di orpelli e di gadgets adatti al caso. Così gli USA, e tutti gli Stati che li compongono, hanno un repertorio scrupolosamente aggiornato di vessilli, musiche, fiori statali, animali statali, nicknames. I più solerti ci aggiungono l’eroe nazionale, il profumo nazionale e tutto il resto.

I Francesi si sono dotati del primo inno nazionale, che si chiama La Marsigliese ma che in realtà era l’inno dell’Armata del Reno ed è stata composta a Strasburgo. Si sarebbe dovuta per logica chiamare L’Alsaziana, che sarebbe però parso quasi più il nome di una torta. Hanno perciò ripiegato, come surrogato delle vocazioni canterine partenopee, al posto più meridionale che avevano a disposizione. I Francesi hanno anche inventato la bandiera fatta di semplici scampoli che chiunque poteva cucire assieme (prima i vessilli erano complicatissimi e pieni di belle figure araldiche), e anche il rapporto di 2 a 3 fra altezza e lunghezza: addio guidoni, schwenkel, pennoncelli, cornette, pennelli, dragone, orifiammi, pendenti e code di rondine. Da allora, ogni stato che si rispetti deve avere una bandiera a rettangoli o spicchi di due o tre colori (di più sarebbe segno piuttosto bieco di reazione), un inno da cantare in piedi e — ma queste sono venute solo più tardi — una nazionale di calcio e una miss da mandare ai concorsi internazionali di bellezza.

Così tutti gli stati di nuova formazione devono munirsi di questa sorta di corredo di nozze, di dote di cui disporre per essere accettati nel novero delle nazioni civili. Si sono visti stati di nuova formazione inventarsi bandiere improbabili e — siccome gli accostamenti cromatici non sono neanche infiniti — copiarseli e litigare su chi li aveva disegnati per primo. È una malattia che ha finito per contagiare anche stati antichissimi — come l’Inghilterra, la Danimarca o il Giappone — che ne avevano fino ad allora fatto a meno ma che hanno dovuto rapidamente attrezzarsi. La più sfigata di tutti è stata la Costa d’Avorio che si era fatta un bel tricolore verde-bianco-rosso. Dopo aver subito le proteste diplomatiche dei solerti ambasciatori d’Italia, del Messico e di una mezza dozzina di altri paesi (tutti evidentemente illuminati dagli stessi simbolismi di loggia), hanno cambiato il rosso con l’arancione. A quel punto si sono incavolati gli Irlandesi. Così ai poveri Costivoriani (si chiameranno così?), che nel frattempo la loro bandiera l’avevano già stampata dappertutto, non è rimasto che appenderla al contrario e gli Irlandesi hanno chiuso un occhio.

Per gli inni c’è nel repertorio melodico universale un po’ più di scelta, anche se è capitato a Tedeschi e Austriaci di usare lo stesso brano. Non sussiste invece nessun pericolo che a qualcuno, dopo la bandiera, venga in mente di copiare dall’Italia anche l’inno. Neanche alla Costa d’Avorio, che pur non brillando per tradizione musicale, ha sicuramente e facilmente trovato di meglio.

L’attuale inno italiano non fa certo impazzire i melomani che in Italia — si sa — sono numerosissimi, assieme agli eroi, ai santi e ai navigatori. Forse anche per questo l’Italia di inni ne ha avuti un diluvio.

Si è cominciato con l’Inno Sardo (“Su Regna Sardu ”) del vecchio Regno di Sardegna ma che è stato trovato inadeguato (pur essendo bello e solenne, o proprio per questo) perché non abbastanza rappresentativo della nuova unità statuale. Si è perciò passati alla Marcia Reale che è andata avanti per un bel pezzo ma sempre in compagnia di altre musichette a seconda delle contingenze politiche. Il ventennio preferiva ad esempio Giovinezza. Gli antifascisti e i repubblicani non amavano né l’una né l’altra e così strimpellavano di preferenza proprio il cosiddetto Inno di Mameli che, anche per questi meriti di partito, è sopravvissuto alla seconda guerra mondiale e alle epurazioni che hanno interessato anche spartiti e archivi musicali. Se la bandiera è ufficializzata dalla Costituzione italiana (Art. 12), l’Inno non è codificato da nessuno: non c’è legge autorevole che lo designi come tale (solo un provvedimento governativo a carattere provvisorio del 14 ottobre 1946) e nessun articolo del Codice Rocco che lo difenda, motivo vero per cui si è potuto fare questo libro senza che qualche solerte servitore dello stato si possa scatenare con le carte da bollo. In realtà la mamelica canzoncina non ha mai avuto vita facile: ha dovuto subire la concorrenza di altre musichette patriottiche, come l’Inno a Roma di Mascagni (tolto di mezzo perché usato troppo dai missini) o l’Inno del Piave (temporaneamente adottato dopo l’8 settembre da Badoglio, che di Piave e di Caporetto se ne intendeva), o il Va Pensiero (rovinato dalle frequentazioni leghiste). Ha avuto vita difficile anche perché i suoi predecessori tardavano a morire: in un sacco di partite di calcio all’estero (la sola vera occasione per tirarlo fiori) sono state suonate Giovinezza e la Marcia reale e — almeno in due occasioni, ad Anversa e in Giappone — da “O sole mio”, evidentemente identificato con maggiore scioltezza con la visione che dell’italianità si ha nel mondo.

Oggi che nella Repubblica italiana viviamo (vivono) una seconda primavera patriottica, il Mameli viene riproposto con forza: lo si impone a scolaretti e calciatori, quotidiani di regime lo regalano ai loro lettori, lo si trasmette a ogni fiatare di fringuello, lo si intona all’inizio di sedute e riunioni, e il Presidente lo gorgheggia sotto la doccia al posto di “Singing in the rain”. Che sarebbe invece più adatto.

Dalla sua ha l’affetto dei più sinceri patrioti e di tutti i grembiulini d’Italia. Contro ha l’infimo appeal e una fama di portasfiga.

Cominciamo dai suoi meriti patriottici.

L’autore dei versi è un fulgido eroe del Risorgimento, caduto per la patria. L’aveva composto nell’autunno del 1847 e lo aveva ovviamente intitolato Canto degli Italiani. Si dice che lo cantassero (i pochi che capivano l’italiano) durante le Cinque Giornate assieme alla Bella Gigogin (preferita dai tanti che parlavano solo milanese). Nella hit parade ci è però finito con la spedizione dei Mille che, soprattutto durante la traversata, avevano molto tempo per esercitare l’ugola. Pare che in particolare piacesse a Garibaldi. Il biondo eroe lo aveva cantato — proprio come Pavarotti — nei due mondi. Nei suoi ultimi anni, quando Emma Roberts gli suonava brani classici al cembalo, l’eroe faceva finta di ascoltare assorto, portandosi la mano alla fronte per mascherare pisolini. Per svegliarlo l’amica attaccava l’Inno di Mameli, che lo faceva balzare sugli attenti con la gagliardia degli anni migliori.

Mameli era un massone e pochi altri fratelli hanno avuto ugual numero di dediche di loggia. Quando scriveva “Fratelli” non si riferiva ai figli delle stesse madri e neanche — in senso più largamente figurato — ai figli della stessa terra, ma più propriamente ai “figli della vedova” che con gran fruscio di grembiulini e di camicie rosse hanno fatto l’Italia. Sarà forse anche per questo che l’Inno sta godendo oggi di tanta rinnovata fortuna su talune alture romane. Fin qui i meriti. Chiamiamoli così.

Cos’è che invece lo rende indigesto come un sofficino non scongelato?

Innanzi tutto non è quel che normalmente si può definire un capolavoro. Michele Novaro, che lo ha musicato, era evidentemente più dotato come patriota che come compositore: questa marcetta in 4/4 in si bemolle non è stata la sua sola creazione. La storia ci consegna anche  risorta (canto a tre voci e pianoforte), La ronda della Guardia Nazionale Italiana, Unione e libertà, Grido siculo ossia la Rivoluzione siciliana (brano per strumenti comprendenti tamburo, pianoforte, campane e perfino un cannone) e un’opera: La Sacerdotessa d’Irminsul, cantata dal soprano Elena Boronat, che subito dopo si è fatta suora. Come si vede era un artista fortemente impegnato, un Guccini o un Finardi del tempo: questi hanno però saggiamente evitato di comporre inni marziali.

Se la musica non è granché (i Tedeschi lo chiamano “Italienisch zum-pa-pa-zum”), il testo è una sbrodolata di retorica e di melensaggini patriottiche: una insalata di libro Cuore, discorsi del Duce, omelie di Oscar Luigi Scalfàro e di libri di scuola dell’obbligo. È blasfemo e schiavista , trombonesco e melenso, antianimalista e vampiresco. Ma soprattutto iettatorio.

E veniamo così a uno dei motivi portanti della sua diffusa impopolarità. Al “Siam pronti alla morte; l’Italia chiamò” tutti si toccano. E una “chiamata” che ha effettivamente fatto milioni di cadaveri in nome d’Italia e dell’unità; che ha mandato al Creatore gente che non era sicuramente “pronta alla morte” e che ha vissuto la “chiamata” come una truculenta e aberrante imposizione. Per esistere — ha scritto Sergio Romano — l’Italia ha bisogno di guerre e di sangue, e questo sciagurato inno ne è quasi la conclamazione programmatica. Da bambini non ne coglievamo le connotazioni sanguinarie, lo trovavamo solo ridicolo, incomprensibile ed estraneo, ma si aveva la chiara percezione che fosse più potente in un certo campo del Chiàrcaro pirandelliano. “Dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa” variavamo in sano vernacolo lombardo.

Il potere iettatorio non ha risparmiato neppure il suo autore, morto all’assedio di Roma nel 1849 a soli 21 anni, colpito per sbaglio da una pallottola amica o – secondo un’altra altrettanto sfigata versione – dalla baionettata di uno dei suoi bersaglieri, un po’ maldestro (o, forse, fine intenditore musicale). Sembra avere lo stesso potere anche nelle partite di calcio, se è vero che i calciatori si rifiutano di cantarlo proprio perché porta sfiga. Infatti da quando sono stati praticamente obbligati a cantarlo non gliene va più bene una. Scalfaro, uno dei suoi estimatori, godeva di una solida fama che si sta trasmettendo – assieme all’inno, come testimone di una funesta staffetta — al suo successore.

Ma è soprattutto all’espressione geografica italiana che ha portato male. Dice “Fummo per secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi”, eppure i popoli della penisola non sono mai stati tanto “calpesti e derisi” come da quando sono stati uniti & cannonate e stornellate. Pellagra, emigrazione di massa, tasse, leva, guerre di ogni genere, corruzione, sono tutti prodotti dell’unità che ha ridotto i cittadini di stati antichi, gloriosi e civili a una massa di sudditi, di contribuenti spremuti, di carne da cannone. Al punto che oggi quelli che erano stati gli orgogliosi cittadini di paesi rispettati, come La Serenissima o il Granducato di Toscana, sono identificati con la mafia, la pizza e con la ridicola marcetta.

E sono perciò i soli al mondo che, quando sentono il “proprio” inno, non mettono la mano sul cuore, ma altrove.

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