RAI, CANONE IN BOLLETTA E PERDITE IN SACCOCCIA

di FRANCO CAGLIANI

Passata la sbornia di Sanremo, che ha fatto finire la RAI sugli scudi, e l’opinione pubblica fa di tutto per renderle omaggio, possiamo ricordare che la tv di Stato rimane un colabrodo.

Il Sole 24 Ore, ad esempio, ne ha scritto in maniera quasi elogiativa: “L’inserimento in bolletta ha quasi debellato quel male storico che si chiamava evasione. C’è ancora, ma è un fenomeno marginale e soprattutto indiretto, nel senso che ha a che fare con le compagnie elettriche. «Il dato più interessante è che la platea di abbonati continua a crescere: nel 2019 abbiamo raggiunto quota 22 milioni, il 2% in più sull’anno precedente». I ricavi si attestano a quota 1,761 miliardi, «quattro milioni in più sull’anno, anche qui un segnale di crescota». A parlare è Nicola Sinisi, direttore di Canone Rai intervenuto a Sanremo in occasione del progetto «Un abbonato in prima fila» che porta all’Ariston, in occasione del Festival della canzone italiana, abbonati vecchi e nuovi di Mamma Rai cui viene offerta la storica opportunità di assistere all’evento clou della televisione tricolore in posizione privilegiata. L’iniziativa è anche occasione per fare due conti sullo «stato di salute» del canone”.

Tutto rose e fiori sanremesi insomma? Macché! La verità è che nonostante la RAI non dovrebbe manco esistere (un referendum degli Anni Novanta ne aveva decretato la privatizzazione, mai attuata). Infatti, “Rai SpA chiude il 2018 con una perdita di 33,8 milioni”. I ricavi da canone «nel 2017 si riducono di circa 140 milioni sul 2016, mentre nel 2018 la diminuzione dovrebbe attestarsi a circa 170 milioni». Questo calo, accompagnato da «un mercato pubblicitario ancora debole ed incerto, porta la gestione operativa in forte tensione con una previsione per il 2017 di sostanziale pareggio» e con «un 2018 – immaginato con canone a 90 euro – in perdita per 80/100 milioni di euro a seguito della presenza dei costi dei grandi eventi sportivi». Lo ha detto l’ex direttore generale della Rai, Mario Orfeo.

Insomma, la domanda è una ed una sola: per quanto tempo ancora i produttori dovranno sopportare esborsi assurdi per la televisione di Stato?

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