ROMA REGNERÀ SUL DESERTO, RISCHIAMO DAVVERO DI MORIRE ITALIANI

Deserto

Rileggere Gilberto Oneto, di questi tempi, è ancora motivo per riflettere sui guasti del falso indipendentismo incarnato dalla Lega (Elleffe).

di GILBERTO ONETO

Una delle grandi lamentazioni che in questi giorni si leggono sui giornali riguarda l’indifferenza governativa nei confronti del sistematico smantellamento delle capacità produttive nazionali e del sistema economico che viene ceduto a stranieri. L’ultimo atto è l’acquisizione da parte cinese del controllo della Pirelli. Prima ci sono state lo sfarinamento dell’Olivetti, le cessioni dell’industria alimentare, il trasferimento della Fiat, l’emigrazione di quasi tutti i migliori brand del cosiddetto “Made in Italy” e molto altro.

È però sbagliato sostenere che il potere politico italiano – oggi Renzi, ma tutti quelli che l’hanno preceduto si sono comportati allo stesso modo – sia indifferente a questa sistematica distruzione. Il governo è complice e ci mette del suo in perfetta complicità con Bruxelles, che si inventa tutti i possibili trucchi per procedere su questa strada sciagurata. Il  TTIP, la vicenda delle quote latte, la legge sulle banche popolari e tutto il resto sono i grani di un doloroso rosario che porta alla deindustrializzazione dell’Italia e il suo accantonamento nello scantinato del terzo mondo.

In realtà però, se si esamina più a fondo l’intera vicenda, si scopre che il vero obiettivo non è l’economia italiana ma quella padana. Sono infatti padane quasi tutte le vittime di questo gioco al massacro pilotato nelle segrete stanze del potere finanziario, nella penombra delle logge, a bordo del Britannia, a Londra e Wall Street, e negli orridi palazzoni di Bruxelles. Sono complici alcuni paesi europei che sperano così – in un ottuso ragionamento – di togliersi di torno un concorrente vicino a casa e soprattutto il potere romano che, depotenziandone l’economia, spera di sgonfiare ogni ribellismo e aspirazione all’autonomia della Padania. Questa – pensa qualche genio italico – è  diversa in virtù della sua forza economica e potrebbe finalmente esercitare la pressione e la capacità di ricatto che ne derivano per allentare la presa della sanguisuga romana. Indebolendone l’economia, si vuole minare l’essenza stessa che sta alla base di una padanità ritenuta pericolosa per il sacro feticcio dell’unità nazionale. Il tutto suona suicida (roba da “muoia Sansone con tutti i filistei!”) e aberrante per ogni cervello normale: si deve però entrare nella mentalità molto speciale dei burocrati e dei politici patriottici le cui fortune non sono legate al grado di civiltà sociale o di produttività ma alla loro capacità di garantirsi confortevoli livelli di sopravvivenza parassitaria. Per i vertici di questa piramide di pidocchi i tempi  di “aspettativa di vita” sono ancora decisamente lunghi. Non è poi da escludere che per molti di loro prevalga anche un atavico odio per chi è più abile e capace, per il cui accecamento si è disposti – secondo un antico e feroce detto popolare – perdere un occhio. Preferiscono tenersi stretta la lisca del pesce piuttosto che farselo scappare da vivo.

Insomma, se ci sono poteri esterni e lontani che hanno tutto l’interesse a depredare le ricchezze accumulate in Padania da lunghe generazioni di lavoro e di sacrificio, c’è anche chi è disposto a dar loro una mano accecato dall’odio, dall’ideologia e dalle fette di salame dell’unitarismo tricolore.

Di questo passo Roma continuerà a regnare a lungo su un deserto e non è neppure una novità: “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant” (“Fanno il deserto e lo chiamano pace”) aveva scritto Tacito a proposito del governo dell’Urbe. Insomma rischiamo  davvero di morire italiani, con l’aggravante che l’italianità affretta la morte. Bisogna andarsene prima che ci abbiano ridotti alla lisca.

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