SINGAPORE SLING: UN OMAGGIO A 200 ANNI DI LIBERTÀ ECONOMICA

di PAOLO BERNARDINI

Vorrei chiudere l’anno vecchio – e iniziare il nuovo – con un omaggio ad un paese di  di 721, 5 chilometri quadrati – meno del doppio della provincia di Monza-Brianza, poco più della metà della provincia di Como, per intenderci – che è da sempre un’oasi di libertà economica, e dove la libertà economica si coniuga con un livello altissimo di benessere individuale, con un GDP per capita superiore a quello svizzero, ma anche a quello norvegese (cito la Norvegia perché ha più o meno gli abitanti di Singapore, 5 milioni e mezzo, sparsi però su 385 mila kmq: la Norvegia è dunque 534 volte più grande dell’isola nell’Oceano Indiano).

Al secondo posto dopo Hong Kong nello Index of Economic Freedom 2019, con prospettive di crescita ancora ampie, il maggior porto container al mondo, Singapore è stata quest’anno al centro del dibattito storico, politico, e geopolitico, per una serie di ragioni. Vediamone tre (anche se sono di più), tre però che sono estremamente importanti per quel che riguarda il liberalismo e la libertà economica in generale.

La prima. Proprio da queste pagine, e proprio in relazione a Hong Kong, Charlie Papini parlava del fatto che Singapore potrebbe crescere ancora ai danni di Hong Kong, in piena crisi politica, il David della libertà che combatte contro il Golia del comunismo di mercato. Certamente si assiste a potenti trasferimenti di asset societari dall’arcipelago sotto la Cina all’arcipelago sotto la Malesia. Ma tutto potrebbe rientrare presto, e inoltre le sfere commerciali e di mercato dei due colossi sono in gran parte differenti, e la loro concorrenza non è così diretta come potrebbe pensare. Per tanti aspetti l’una ha bisogno dell’altra, nel contesto geo-economico e geopolitico del mondo.

Un secondo discorso nei riguardi di Singapore ha a che fare con la Brexit: e se l’Inghilterra di Johnson diventasse una “Singapore sul Tamigi”? Bene! Così giudicano la cosa gli analisti economici e finanziari, a parte il fatto che Londra è già ampiamente città-stato, e che il suo reddito medio (se si togliesse il resto della Gran Bretagna) sarebbe probabilmente solo lievemente inferiore a quello di Singapore, suo antico virgulto. Questo discorso è stato spesso sollevato e lo ha fatto anche il 19 dicembre scorso, dalle pagine di CapX, Tim Worstall.

Ora, Worstall loda ovviamente la “deregulation” che vige a Singapore, e il fatto che lo Stato laggiù non si limiti a rimanere “minimo”, ma crei ad esempio condizioni ottimali di concorrenza tra i vari fornitori dei servizi sanitari, grande croce per la Gran Bretagna, facendo in modo sia di evitare sprechi, sia di garantire ai malati gravi ottime cure a spese dello stato stesso. Come scrive Worstall, “i costi cumulativi delle economie troppo regolate sono enormi”.

Come dargli torto, e parla dalla Gran Bretagna, e non dall’Italia, ove la situazione è molto peggiore, per limiti interni e non certo per l’eccesso di regole imposte dalla UE. Inoltre nel suo articolo l’economista non considera una cosa: se la Scozia se ne va – e Johnson e il suo partito non hanno proprio più alcun controllo sul territorio, in Scozia, posto che ne avevano poco anche prima delle recenti elezioni, e dunque vi è una illegittima occupazione di territorio da parte della Gran Bretagna, a questo punto – davvero Londra può ergersi a città-stato, magari perdendo a ruota anche il Galles e l’Irlanda del Nord di cui non ha proprio bisogno. Sarebbe città-stato anche territorialmente (magari lo fosse Milano, con Monza-Brianza e Como-Varese, e forse tenendosi Pavia ove c’è una bella università e tanti bei vigneti, come immagino Londra voglia tenersi Oxford e Cambridge), e beneficerebbe di molto i territori confinanti, come fa Singapore con la Malesia, e Hong Kong con la Cina.

Un terzo discorso che ha tenuto banco su Singapore nel 2019. I 200 anni dell’arrivo degli inglesi come Sir Stamford Raffles – che fondò Singapore nel 1819, e a cui diede l’impronta odierna, di città di traffici, commerci, ma anche cultura, sapere, e bellezza paesaggistica (chi dice che Singapore è un inferno urbano non sa che è costellata di parchi e giardini, che la rendono, per chi sopporti il clima tropicale, estremamente piacevole, verde e con l’aria pulita, non ostante una densità di popolazione di oltre 7000 abitanti per kmq).

Ora, storici eccellenti come Peter Borschberg, della National University di Singapore, hanno mostrato in varie pubblicazioni come la storia di Singapore non cominci certo nel 1819, ma vi sia stato un interessante intrecciarsi di domini, lotte, scontri, insediamenti, databili almeno da fine Trecento. Importante il volume appena uscito, da lui curato con Kwa Chong Guan, “Studying Singapore before 1800” (NUS Press, 2018), ove tutta l’affascinante storia di Singapore “pre-Raffles” è ben sviluppata e presentata. Ma l’impronta di libertà la diedero gli inglesi della East India Company, Raffles e William Farquhar (uno scozzese), che forse più di Raffles, con cui entrò in conflitto e da cui fu allontanato, si occupò di far lievitare la piccola base che gli inglesi avevano ottenuto in concessione per via di trattato dal sultano Hussein Shah di Johor, allora padrone dell’intera isola.

Dal 1819 fino all’indipendenza nel 1963 Singapore crebbe tanto quanto Hong Kong, e gli indipendentisti del PAP (il partito ancora dominante a Singapore) non fecero che capitalizzare sulla lezione inglese (i loro leader si erano tutti formati nei migliori college inglesi), cedendo soltanto all’inizio alla malsana e impraticabile idea di federarsi con la Malesia – federazione che cadde dopo 23 mesi senza peraltro essere mai stata veramente implementata. Da allora Singapore è cresciuta ancor di più, divenendo quell’incredibile combinazione di ricchezza, tecnologia, benessere, che è ora.

Mi permetto una parentesi. A proposito di unioni (e federazioni) impraticabili, sciagurate e dannate, i massacri in Yemen derivano in gran parte dall’unione di due stati del tutto differenti, avvenuta nel 1990. Nel 2019 si celebra(va) anche l’indipendenza dello Yemen del Nord dall’Impero ottomano, i primi cento anni. Non ne ha parlato nessuno. Lo Yemen è troppo povero, e i suoi bimbi massacrati a migliaia non interessano a nessuno. Ma è “unito”, però, come dice il suo nome! L’unione fa la forza! Come no.

Tornando a Singapore, anche se la maggioranza della popolazione è ora cinese, seguita da malesi, singalesi, e moltissime etnie asiatiche, il colosso economico non avrebbe nessuna intenzione di cedere la propria sovranità alla Cina – come non hanno intenzione di farlo a Hong Kong, eppure la Cina con Hong Kong confina. Quando si ascoltano stupidaggini circa il fatto che i “cinesi” (concetto estremamente vago essendoci centinaia di micro-nazionalità nella galassia cinese ed essendo gli “Han”, la “vera nazione cinese” una invenzione, esattamente come gli “italiani” nel 1861), siano una “razza” prona ad essere dominata e schiava di natura, si dovrebbe guardare agli eroi di Hong Kong, ai cinesi di Singapore, a quelli di Taiwan.

Non esiste etnia che non ami la libertà, poiché non esiste individuo che non ami la libertà. Come ogni concetto collettivo, anche quello di “etnia” o peggio ancora “razza” è da guardarsi con estremo sospetto.

Lunga vita dunque a Singapore, dove la libertà economica fa fiorire le arti e le scienze, si guardi solo agli “umanoidi” creati dal Dipartimento di Robotica della NUS: il futuro è qui!

Da noi gli umanoidi li crea la natura e poi noi li mandiamo al governo. Buon 2020!

Nota 1: Il Singapore Sling è un ottimo cocktail. La ricetta in tantissimi siti online. Brindate con quello stanotte, e brinderete alla libertà!

Nota 2: Le foto in bianco e nero sono di una eccentrica inglese che visse a Singapore per molto tempo a partire dagli anni Cinquanta, Marjorie Doggett (1921 – 2010). Quest’anno è uscito un bellissimo libro di sue foto ritrovate in archivio, “Marjorie Doggett’s Singapore” (NUS Press), a cura di Edward Stokes, il fondatore della Photographic Heritage Foundation di Singapore. 

 

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