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Spending review, ovvero il nulla dietro a un bel inglesismo

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spending-review-2di GIAN LUIGI LOMBARDI CERRI

Nei tempi attuali, particolarmente in Italia, i concetti sono desueti, mentre hanno assunto importanza determinante le parole. Specie se inglesi! Per far vedere che uno  è “in”,  al momento opportuno del suo discorso tira fuori una parolona anglosassone. Ora, tra l’altro, è diventata di moda la “Spending Review”.

Si potrebbe dire, in corretto italiano, revisione della spesa, controllo della spesa, eccetera. Ma no! Eccoti l’inglese per mascherare l’insipienza dell’oratore. Comunque parliamo pure di spending review. E cominciamo dal primo passo: conoscere la situazione delle spese. Nelle amministrazioni pubbliche le conosciamo? Neanche per sogno! Mentre nei bilanci delle aziende private, ormai unificati quasi su scala mondiale è tutto chiaro, nelle aziende pubbliche è tutto terribilmente oscuro.

Ad esempio quando frequentemente appare la voce “crediti” non si sa se questi verranno saldati alla fine del mondo o entro trenta giorni. Significativo è stato quando, per entrare nell’area euro un certo Romano ha inserito nel bilancio statale una massa di crediti fiscali inesistenti. Pensate anche alla sola voce “cassa” (nei bilanci comunali). Ciò che “è in cassa “ dovrebbe essere denaro sonante e non “ipotesi di quasi certo incasso”, e via discorrendo. Come conclusione di simili cervellotiche gestioni, gli enti pubblici arrivano sistematicamente a spendere soldi che non hanno, disponendo quindi, come unica scappatoia (non prorogabile all’infinito) quella di non pagare i fornitori, oltre che, naturalmente, di aumentare le tasse. Ultima applicazione, che mi aspettavo tranquillamente, è quella di ritardare i rimborsi dei famosi 35 euro giornalieri per migrante, ritardo che ha già raggiunto i tre mesi.

Dicevamo quindi che la contabilità pubblica lascia abbastanza nell’incertezza (per non dire di peggio). Esempio clamoroso è stato quello delle disparità nel conteggio degli esodati, disparità che in una azienda normale sarebbe costata la testa ad un discreto numero di dirigenti, oltre che alla Ministra Fornero. Partiamo quindi da dati aleatori per vedere il da farsi.

La prima idea venuta ai nostri soloni è quella di licenziare gente dell’impiego pubblico. Bellissima dichiarazione di principio, mai attuata e mai attuabile se non limitando in maniera intelligente i rimpiazzi in occasione dei pensionamenti.

La seconda idea geniale, molto populista è quella di tagliare gli stipendi e le pensioni. Non quelli illeciti, per i quali la liceità è chiaramente definita da una “legge operante” e non “in progetto” o fatta apposta nel momento che si vuole fare un taglio. Anche questa è sulla carta perché quando vengono toccati gli interessi, destra, sinistra, centro e mezzala sono tutti d’accordo nel “resistere, resistere, resistere”.

Che cosa rimane da fare allora? La parte più corposa dell’intera operazione è costituita da una radicale modifica delle procedure gestionali, che però richiede in chi la attua capacità organizzative valide. Vediamo di chiarire l’argomento. Abbiamo più volte scritto che leggi e regolamenti attuativi sono sostanzialmente stilati dai burocrati. Questo fa si che sono scritti in politichese, con la mentalità tipica, contorta dei burocrati, avendo per principale obbiettivo non di dare regole chiare, precise e ficcanti, bensì di permettere agli applicatori di essere sempre “formalmente” a posto. Che poi la sostanza raggiunga lo scopo programmato è di secondaria importanza.

Questi arzigogoli fanno si che l’applicazione di una qualsiasi legge, costi alla collettività, molto di più delle eventuali tasse applicate. E’ qui dove si possono fare enormi risparmi, senza licenziare nessuno. A puro titolo di esempio pensate che cosa costa, tasse escluse il rinnovo patente. Che cosa costa, sempre tasse escluse, il rinnovo del porto d’armi. E, per finire gli esempi, quanto costa  chiedere un licenza edilizia per una casa unifamiliare. Mi si dirà che tutto questo è fatto per contenere le infrazioni. Neanche per sogno! Serve solo a moltiplicare costi e complicazioni.

Una proposta potrebbe essere quella di una commissione mista burocrati-esperti di categoria (esperti di chiara fama) che controlli (a stipendio zero per l’operazione) chiarezza linguistica e semplicità operativa, correggendo dove necessario gli eventuali errori. 

Insomma, spending review si, spending review no? Si! A condizione di rivedere radicalmente le regole gestionali della cosiddetta democrazia italica, sempre più cosiddetta e sempre meno democrazia.

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1 COMMENT

  1. Il potere e la burocrazia non fanno alcuna spending review.
    La possono fare i sudditi quando cesseranno il versamento delle tasse.
    Poi vedi che il potere smette di spendere.

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