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Tobin tax, per far funzionare una tassa si arriva al socialismo

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tobintaxdi MATTEO CORSINI

“È evidente l’importanza di queste imposte, cui potrebbero aggiungersene altre, come quelle sulle transazioni finanziarie previste da una specifica proposta di Direttiva comunitaria approvata da 11 Stati membri secondo il criterio della cooperazione rafforzata. Un tale tipo di tributo è già applicato in Italia, ma è molto blando e, comunque, non è sufficientemente allineato allo schema dell’analoga proposta di prelievo comunitario. Questa imposta potrebbe svolgere un ruolo altamente positivo ai fini della migliore regolamentazione e razionalizzazione dei mercati finanziari e, soprattutto, ai fini dell’apposizione di un freno all’eccesso di speculazioni finanziarie che si è registrato in questi anni”. Franco Gallo, già presidente della Corte costituzionale e ministro del governo Ciampi, si dice favorevole all’introduzione di nuove imposte che colpiscano le emissioni inquinanti (cosiddetta carbon tax), gli utili delle società che operano sul web (web tax), oltre a tasse sulla vendita di armi ai paesi in via di sviluppo e sui consumi di alimenti “dannosi”. Oltre a queste, che finirebbero sempre e comunque per gravare, ancorché indirettamente, sui consumatori finali, Gallo cerca di difendere la fallimentare tassa sulle transazioni finanziarie, o Tobin tax.

Introdotta dal governo Monti a fine 2011 nel cosiddetto decreto “salva Italia”, questa tassa ha finito per produrre un gettito inferiore alla metà del miliardo annuo previsto da chi la introdusse, peggiorando peraltro la liquidità del mercato borsistico italiano. Tutto prevedibile e previsto da chi non cercava di giustificare il balzello con argomentazioni che nascondessero l’unico motivo reale, ossia cercare di raschiare il fondo del barile fiscale avendo già tartassato tutto il resto.

Lo stesso Gallo, bontà sua, non disconosce questi effetti: Si è detto che queste tassazioni sarebbero controproducenti perché verrebbero trasferite sul prezzo (la pagherebbero i piccoli risparmiatori finali) e ridurrebbero i volumi di transazione (il mercato sarebbe senza dubbio meno liquido). È stato, però, replicato – a mio avviso validamente – che sono proprio questi gli effetti desiderabili di una siffatta imposta e che i piccoli risparmiatori possono essere poco lieti di pagare i prodotti finanziari un po’ di più, ma dovrebbero rendersi conto che questa è la via migliore per ridurre la loro esposizione al rischio, visto che il mercato finora non lo ha fatto”.

A parte il fatto che il mercato non deve ridurre l’esposizione al rischio di nessuno, bensì fare incontrare domanda e offerta, non vi è alcuna prova che la cosiddetta Tobin tax riduca il rischio per chi opera, piccolo o grande risparmiatore che sia.

Per Gallo, però, la minore efficienza della borsa italiana è perfino benefica: “Insomma, se la liquidità prosciugata è quella “tossica”, il risultato finale di una siffatta imposta è desiderabile socialmente. È, del resto, proprio sulla base di queste considerazioni che le istituzioni europee stanno portando avanti da alcuni anni l’idea di un siffatto prelievo. L’unico serio ostacolo alla costituzione di un siffatto tributo è quello della non estensione dell’area della tassazione alla piazza finanziaria londinese e alle altre piazze da essa dipendenti e dal difficile accertamento del tributo su titoli speculativi negoziati in mercati non regolamentati. Questi problemi, peraltro, potrebbero essere superati se si portasse a termine una non più dilazionabile riforma sostanziale degli istituti di regolazione dei mercati, all’insegna di una loro maggiore standardizzazione e centralizzazione”.

Desiderabile “socialmente”? Non esiste alcuna desiderabilità sociale, ma solo punti di vista individuali. Gallo ovviamente confonde il suo punto di vista con quello che dovrebbero avere tutti gli altri. E, dato che non c’è limite al peggio, se la Tobin tax all’italiana non funziona e neppure quella europea, avanti con la standardizzazione e centralizzazione dei mercati.

Ma questa altro non sarebbe che la negazione del mercato, ossia il socialismo.

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1 COMMENT

  1. Questo signore ha fatto parte di quella congrega che riceve stipendi d’oro che non hanno egauli nel mondo civilizzato o, meglio, libero. Non mi risulta che abbia mai protestato, né che abbia chiesto provvedimenti contro tale situazione, nonostante che sicuramente sarebbe stato socialmente desiderabile. Si sa, questi parlano sempre dei soldi degli altri e guai a toccare anche in minima parte i loro privilegi. Non è scritto dove una tale eminenza ha esposto il suo geniale pensiero, ma temo che troverà ascolto nelle segrete stanze delle nostre istituzioni, sempre molto sensibili al “socialmente desiderabile” purché serva a mantenere i loro privilegi.

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