VENETO: LA SCONFITTA ELETTORALE E LA COMPLESSITÀ DEL MONDO INDIPENDENTISTA

di ALESSANDRO MORANDINI

Questo articolo, che segue un primo nel quale sono state riepilogate alcune cause della sconfitta del Partito dei Veneti, cause che erano già state ripetutamente elencate nel corso di quel breve periodo di tempo intercorso tra la costituzione del suddetto partito ed il suo disastroso fallimento elettorale; questo articolo, si diceva, propone una fotografia del complicato, interessante e appassionate mondo dell’indipendentismo veneto. Un’istantanea, certamente incompleta, scattata subito dopo l’esito delle elezioni, che vuole illustrare, in seguito al piccolo terremoto PDV, le macerie, i piccoli danni, le eterne risorse e le incrollabili strutture che compongono, adesso, il territorio nel quale è da tempo maturata e già dà i suoi frutti l’idea dell’indipendenza del Veneto. Nel prossimo ed ultimo articolo di questa serie ci si concentrerà, più di quanto non si faccia in parte già qui, sulle riflessioni per il futuro.

Il Leone di San Marco

Se c’è un oggetto che può cantare vittoria in queste elezioni regionali venete, questo è la bandiera del Leone di San Marco. Si è rivelato una specie di passepartout (uso questa parola ricordando l’indimenticabile Philippe Daverio, che le radici regionali d’Europa frequentava quotidianamente in quanto studioso, soprattutto, d’arte pittorica) capace di aprire le porte che in Veneto bisogna superare per poter partecipare alla competizione elettorale con la speranza di essere ascoltati.

Il Leone di San Marco è stato sventolato praticamente da tutti i contendenti, da tutti i partiti, soprattutto da Luca Zaia. I candidati ed i seguaci dei leader del PDV hanno reagito con stizza a questa esibizione d’identità, sentendosi spodestati di una proprietà, di una icona che solo a loro spettava di usare. Il ragionamento, banalissimo, è stato: la Lega e Zaia non sono degli autentici rappresentanti del popolo veneto, della sua storia, dei suoi interessi: se sventolano la bandiera veneta ingannano la gente.

Invece non funziona così. La bandiera non può essere, e mai potrà diventare, lo strumento di una parte politica che non sia quella rappresentata in effige: il Veneto, la sua storia, la sua identità. Per questo motivo tutti la possono esibire. La bandiera sovrasta il partito, tende a disciplinare candidati, elettori e attività; la bandiera, con la sua forza secolare, nel momento in cui viene adottata trasforma il cuore di un partito indicando uno scopo supremo. Poi, ovviamente, intorno a quello scopo il partito, tutti i partiti, giocheranno le loro battaglie elettorali.

La sovraesposizione, in questa campagna elettorale, del Leone di San Marco può essere accolta, nel mondo indipendentista, come la conferma di quanto si sta dicendo da tempo: nell’animo dei Veneti cova, più o meno silente, il desiderio di indipendenza. Desiderio che attende le circostanze migliori per determinare le scelte, individuali, dalle quali dipendono le azioni collettive che possono condurre all’indipendenza del Veneto. Tra queste, forse, anche un partito, purché sia benfatto e resti umile costola dell’indispensabile movimento indipendentista.

Le organizzazioni dell’indipendentismo veneto ed altri aspetti strutturali

Le diverse organizzazioni che animano l’indipendentismo veneto sono l’elemento strutturale che supera indenne l’insuccesso elettorale del PDV. Sono composte spesso da poche persone, che lavorano appassionatamente per sostenere l’idea di un Veneto che si fa stato, o di un popolo che si libera dall’oppressione coloniale italiana, o di un territorio che, avendone la forza, impone al resto d’Italia e perfino al resto del continente un’agenda di ristrutturazione dell’architettura istituzionale. Le loro attività variano, le loro strade talvolta divergono talvolta si intrecciano; tra capi, gregari e collaboratori, all’interno di ogni singola organizzazione, si intrattengono rapporti di reciproca fiducia e spesso di amicizia. Non di rado crescono invidie e gelosie inter-organizzative e inter-personali. Questa fitta rete di organizzazioni, dove ognuno conosce gli altri, costituisce l’indispensabile collante, indispensabile quanto l’evento fondativo ed epico della storia contemporanea dell’indipendentismo veneto: l’occupazione del Campanile di San Marco.

La logica del tempo protegge per sempre tutti gli eroi, i Serenissimi, i martiri, gli eventi capitali, le date importanti dalla insidiosa irruzione dell’imprevedibile, ed è perciò che su ognuno di questi aspetti strutturali ci si può contare: non tradiscono, non sbagliano, non svaniscono, confermano negli anni la possibilità dell’indipendenza del Veneto, con una forza che non può neanche lontanamente essere paragonata alla fugace irruzione di una sbagliatissima avventura partitica. Costituiscono, per restare nella metafora dell’immagine scattata dopo la fastidiosa parentesi PDV, l’azzurro del cielo, il verde del prato, l’ocra della terra, laddove la sconfitta della compagine di Guadagnini, Chiavegato, Sumzki e Morosin (e di tutti coloro che hanno lavorato per realizzare questa sciagurata impresa) appare come la smorfia inaspettata del personaggio in primo piano, che rovina l’istantanea.

I leader ed il partito

I leader restano, i leader cambiano. L’indipendentismo veneto non possiede, tutt’ora, un’efficace esperienza di formazione, selezione, conferma e ricambio di leader. Ciò dipende anche da quanto si diceva delle organizzazioni: piccole, spesso ancorate ad un cantone, ad una provincia, quasi sempre poco democratiche, ricalcanti reti sociali forti (amicali, famigliari, claniche). Se per alcune attività queste caratteristiche possono rappresentare una risorsa, per altre rappresentano un limite.

Nell’istantanea non si riescono a scorgere, se si parla di fondazione di un partito indipendentista, molte altre persone oltre a quelle indicate sopra (attualmente più in vista perché protagoniste dell’errore PDV). Ci sono leader di altre organizzazioni meno visibili e in qualche caso più attive (per esempio Roberto Agirmo). Ci sono leader che hanno goduto di una certa popolarità nel passato che non si possono, ingiustamente, nominare. E infine, appunto, ci sono leader di organizzazioni che non sono intenzionati a costituire partiti indipendentisti.

La questione della leadership di un partito indipendentista rischia, quindi, di risolversi nell’ennesimo scontro tra nani. Il nanismo dei leader del mondo indipendentista non risulta da difetti genetici delle persone in questione, che anzi hanno il merito, tutte indistintamente, di occuparsi, pur nell’errore, nei tentennamenti o per convenienza, di un’idea alta e nobile. Risulta da quella scarsità di cultura democratica che patisce un po’ tutto il mondo indipendentista. Ma se nelle organizzazioni politiche e non partitiche, che rifiutano in toto le istituzioni italiane, il difetto di democrazia è una questione, per così dire, interna; nel caso di un partito indipendentista che abbia come scopo la competizione elettorale, sia essa amministrativa o politica, l’assenza di democrazia è forse il problema più urgente, perché dalla sua soluzione dipende la possibilità di rilancio di questo discutibile settore dell’indipendentismo veneto.

Una operazione di accorpamento di sigle diverse (magari, addirittura, che includesse quelle autonomiste), laddove queste rimanessero indistinguibili dai clan, consegnerebbe il “dipartimento elezioni italiane” dell’indipendentismo veneto alla definitiva irrilevanza. L’insistenza con le sigle dell’un per cento, contando e sommando voti ed immaginando opportunità e pesi elettorali dove non ci sono (scimmiottando i protagonisti dei grandi contenitori di voti) rivelerebbe all’indipendentismo veneto ed ai desideranti l’indipendenza del Veneto che i leader non sono tali. Anzi, per molte persone questa rivelazione è già avvenuta e quest’ultima esperienza ha il merito di renderla ancora più chiara. Bisogna prendere sul serio l’ipotesi che chi ha beneficiato per anni di una significativa fiducia all’interno di un clan, non possieda gli strumenti culturali per fare altrettanto bene all’interno di un partito attrezzato di tutti gli strumenti democratici che lo rendono più efficiente in quanto partito. E tuttavia anche questa non può che restare, fino a prova contraria, una ipotesi: nessuno ha il diritto, in un grande partito indipendentista, di escludere a priori qualcuno.

La logica del se c’è lui io non ci sto, non può che radere al suolo il “dipartimento elezioni italiane” dell’indipendentismo veneto. E’ possibile in effetti che il PDV sia l’esito finale di un processo inficiato da quasi un decennio da questa logica. Per dirla in modo feroce e scottante, si deve finalmente riconoscere che nessuno ha il diritto di escludere da un grande partito indipendentista neppure un nome antipatico come quello di Antonio Guadagnini (fino a quando non si macchia di reati), perché l’unico recinto che può proteggere un partito da incursioni distruttive è quello che tutti gli associati contribuiscono a costruire quando esplicitamente si impegnano a realizzare l’indipendenza del Veneto.

Se quindi il “dipartimento elezioni italiane” vuole promettere qualcosa di buono all’indipendentismo veneto, dovrà farlo partendo da zero, ovvero partendo da un obiettivo indiscutibile e manifesto, l’indipendenza del Veneto, considerando le procedure democratiche quali ingranaggi indispensabili al funzionamento e aprendo con ciò a tutti gli interessati la possibilità di assumere i ruoli che un partito contempla, mediante democratica competizione. E’ probabile che, visto il contesto dal quale si nasce, un vero partito dell’indipendentismo veneto si divida al suo interno in correnti (si ricordi qui, incidentalmente e senza scandalo, che le correnti sono contenitori di idee dove, però, anche il carisma delle persone conta); questo fatto sarebbe da salutare come segno di pronta vitalità, nonché di maturo funzionamento.

Una Assemblea Veneta

Una delle cose più interessanti, almeno nelle intenzioni, emerse nel corso degli ultimi due anni è stata Asemblea Veneta. Un’organizzazione che poteva, ed aveva il dovere di, riunire tutto l’indipendentismo veneto in una associazione con evidenti scopi politici ma non partitici. L’Asemblea non ha prodotto molto. Qualche seminario, una o al massimo due iniziative importanti, poca comunicazione, pochissima capacità di aggregazione dei diversi gruppi costituenti l’indipendentismo veneto. Nel corso delle prime riunioni si è subito distinta, in negativo, quando ha esaminato la possibilità di organizzarsi nel modo tipico di qualsiasi organizzazione partitica. Tuttavia l’idea di un’Assemblea Veneta è troppo interessante ed importante, in seno all’indipendentismo veneto, per non essere approfondita, elaborata, perfezionata: una istituzione capace di rappresentare il desiderio di indipendenza dei Veneti.

Ecco cosa può voler dire rappresentare il desiderio di indipendenza dei Veneti in un’unica istituzione:

  • Aggregare le diverse organizzazioni, partitiche e non, realizzando momenti di semplice incontro, di partecipazione, meeting indipendentisti simili alla festa che si svolge annualmente a Cittadella ma più frequenti e concentrati sull’esposizione delle iniziative, sulle proposte, sulle discussioni intorno ai problemi che l’indipendentismo deve affrontare.
  • Ascoltare, raccogliere e tradurre in informazione le voci, le iniziative, le esperienze, le azioni individuali e collettive che hanno come motivazione il desiderio di indipendenza del Veneto.
  • Produrre una documentazione costante, capace di raggiungere, in vario modo, quanti più Veneti possibile; documentazione che abbia come contenuto esclusivo l’indipendentismo veneto nelle sue molteplici espressioni e, perciò, il desiderio di indipendenza del Veneto quale suo motore immobile.
  • Dividere il lavoro predisponendo commissioni ad hoc

Ecco cosa non si deve fare se si vuole rappresentare il desiderio di indipendenza dei Veneti:

  • Proporsi ed organizzarsi in modo da funzionare come camera di compensazione o di conciliazione tra le varie anime e le varie organizzazioni dell’indipendentismo veneto.
  • Organizzarsi sul territorio alla stregua di un partito politico, dividendo il territorio in circoscrizioni e tentando di avere almeno un rappresentante per ogni circoscrizione; dividere gli interessi dell’Assemblea Veneta per settori (es. industria, commercio, turismo, agricoltura). Divisioni di questo tipo implicano una sovrapposizione di ruoli tra il partito indipendentista (qualora il “dipartimento elezioni italiane” dell’indipendentismo veneto riuscisse a metterlo al mondo), che necessariamente si devono occupare di queste cose, e l’Assemblea; possono addirittura ridurre l’Assemblea a costola di qualche partito, e quindi il destino dell’Assemblea alle performance del partito.
  • Promuovere seminari, momenti formativi o più in generale iniziative culturali volte a far conoscere ai Veneti la storia del Veneto o la possibilità dell’indipendenza. Questo tipo di scopo tradisce la convinzione che sia indispensabile, rispetto al tema “indipendenza dall’Italia”, indottrinare i Veneti. E’ una idea che non tiene in conto la storia italiana degli ultimi trent’anni, la profondità e la concreta presenza nel popolo veneto di una identità comune, il modo attraverso il quale un popolo esprime la comune identità. E’ una idea sulla quale sembra pesare una scarsa conoscenza di cosa è un popolo, sicuramente una scarsa frequentazione dello stesso, nonché la volontà di istruirlo (compito nobile per soddisfare il quale sono preferibili agenzie formative libere e dedicate, che già ci sono e che istruiscono persone, non popoli).

Azioni collettive e individuali.

Nel primo di questa serie di articoli pubblicato su Miglioverde.eu si faceva notare come, in seguito all’esito elettorale, gli indipendentisti abbiano avuto l’occasione di toccare con mano una realtà che sembrano in molti casi ancora ignorare: il peso elettorale che essi possiedono è, in ogni caso, ininfluente. Dalle discussioni intorno al giusto candidato, all’opportunità o meno di votare il PDV, alle preferenze per questa o quest’altra lista; da queste discussioni appassionate, vivaci, in qualche caso persino inferocite, si evinceva una certa qual sopravvalutazione dell’importanza delle stesse. Ora, a conti fatti, forse gli indipendentisti sono venuti a sapere, quelli che già non lo sapevano, che la loro consistenza numerica nel campo di battaglia elettorale è quasi invisibile.

Si tratti di ventimila voti, di quarantamila o di sessantamila non cambia nulla. I lunghi dibattiti pre-elettorali su Guadagnini si o Guadagnini no, su indipendenza si o indipendenza no, producono spostamenti percentuali e migrazioni di votanti che il più sensibile dei sismografi sociali non riesce a misurare, cambiamenti inversamente proporzionali alla passione che molti indipendentisti dimostrano di avere per le elezioni italiane. Nell’immaginario dei Veneti esiste, sicuramente, l’indipendenza del Veneto, ma finora in quell’immaginario non ha trovato spazio un partito indipendentista, e certamente la responsabilità non è da cercare nel popolo.

L’indipendenza del Veneto dall’Italia non può che richiamare alla mente uno scenario di lotta che i Veneti non riescono, da anni, a trovare. Lotta costante e faticosa, determinata e senza sconti contro lo stato italiano. Lotta fatta di singole battaglie, di ferite e di sconfitte, di vittorie e di conquiste. L’indipendentismo veneto, laddove metta in scena un’epica con allegate immagini e racconti di eroici episodi, risulta coerente con la propria missione di radicale rottura: la disintegrazione dello stato italiano. Martiri ed eroi come Ermes Mattielli, Walter Onichini, Bepin Segato, Graziano Stacchio, ed ovviamente i Serenessimi, esaltano il desiderio di indipendenza e lo estraggono dalle profondità dell’animo dei Veneti: infatti vengono ricordati con una certa qual simpatia. Le azioni collettive e le azioni individuali sono una degli aspetti più importanti nel rapporto tra indipendentismo veneto e popolo veneto.

Prendendo a prestito il linguaggio matematico, si può pensare ogni impresa partitica come immagine delle imprese collettive e individuali extra-partitiche e non elettorali: la funzione che lega il dominio delle azioni al codominio costituito dall’insieme di tutti i partiti animati dai protagonisti dell’indipendentismo veneto è data dal conflitto tra due scopi: l’indipendenza del Veneto e la sovranità dello stato italiano. L’uso qui sicuramente inadeguato di una operazione matematica ha una sua utilità: serve per ricordare che nella coscienza dei Veneti, laddove all’impresa partitica non corrispondano iniziative di conflitto diretto e visibile con lo stato italiano, apparirà un’incongruenza, un’irregolarità che provocherà lo stesso effetto che produce, in una funzione, un errore di calcolo.

L’indipendentismo veneto ha bisogno di azioni collettive, di eroi, di azioni individuali che testimoniano la contraddizione tra indipendenza del Veneto e sovranità dello stato italiano; non può privarsi di questo segno di coerenza tra mezzo e fine. Non ci si deve chiedere se un costante e determinato attivismo spaventi o meno i Veneti, ma ci si deve chiedere se il desiderio di indipendenza che cova nell’animo di milioni di Veneti possa emergere ed essere intensificato, portato alla piena coscienza di ogni Veneto grazie all’eroismo degli indipendentisti.

Purtroppo le competizioni elettorali, si è notato, riducono, al contrario di ciò ci si aspetterebbe, la disposizione di molte persone all’ideazione ed alla partecipazione a questo genere di iniziative. Molti indipendentisti appaiono distratti dal miraggio di una rappresentanza in consiglio regionale: non si occupano di ciò che è indispensabile accecati dall’utilità di uno strumento che attualmente non possono possedere e che, anche quando funzionasse a dovere, si rivelerebbe nulla di più che un accessorio.

Se si può, per terminare la descrizione dello stato dell’arte, dire che la sconfitta elettorale del PDV e di tutte le liste autonomiste non ha intaccato le strutture più importanti dell’indipendentismo veneto e, ovviamente, neanche il desiderio di indipendenza tra i Veneti, bisogna ammettere che ulteriori errori potrebbero inceppare per molti anni a venire il nostro motore immobile ed annebbiare il nostro sguardo, rendendolo cieco alle opportunità che la storia offre a chi ha il coraggio di cavalcarla.

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